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Inno a Trani di Giovanni Bovio
Il testo integrale di Giovanni Bovio intreccia paesaggio marino, memoria risorgimentale e un’idea di cittadinanza fondata su libertà e tolleranza.
Nell’Inno a Trani, Giovanni Bovio trasforma il paesaggio cittadino in un ritratto civile. Il monastero sul promontorio, il campanile, i moli e l’orto pubblico non sono soltanto luoghi riconoscibili: diventano immagini di un futuro da costruire. La voce è quella di un autore impegnato nella vita politica, che invita la città a rendere feconda la propria memoria.
Il testo di Giovanni Bovio
Salve o Trani!
Quella tua lingua di terra entro il mare, con un monastero alla punta, è come una vedetta sull’avvenire. La torre del tuo Duomo si slancia nel cielo azzurro come un ideale; i due moli del tuo porto s’incurvano come braccia che stringono una civiltà. Il tuo orto pubblico manda un saluto floreale all’Oriente.
Il tuo popolo pulsa la terra, che non è arida se si veste di pampini. I tuoi uomini sono forti perché sono tolleranti; le tue donne ricordano il profilo pelagico e smentiscono la leggenda della nostra inferiorità di razza.
Salve o Trani!
Nel 1799 generasti i martiri che sui patiboli consacrarono la libertà; dopo il 1848 empisti di galantuomini le galere; nel 1860 salvasti la libertà irrompente da Quarto a Marsala. Salve per le tue memorie romane, per le tue tavole marittime, per gli antichi sedili, per la giovinezza onde ti rimoderni nella civiltà. Salve per l’avvenire, salve mater, se la tua antichità traduci in una giovinezza perfetta.
Giovanni Bovio
Un paesaggio che diventa linguaggio civile
La lingua di terra con il monastero richiama Colonna; la torre è quella della Cattedrale e l’orto pubblico è la Villa comunale. Nel porto di Trani, Bovio vede soprattutto un gesto di accoglienza: i moli diventano braccia, mentre il giardino rivolge il suo saluto verso Oriente. La città è descritta attraverso relazioni, non come una somma di monumenti isolati.
Anche la campagna entra nel quadro. I pampini ricordano il lavoro agricolo e legano la vita sul mare a quella della terra. È significativo che l’elogio della forza venga associato alla tolleranza: nel testo la qualità civile non consiste nella chiusura, ma nella capacità di convivere e di aprirsi.
Memoria, retorica e parole del tempo
I richiami al 1799, al 1848 e al 1860 costruiscono una genealogia risorgimentale della libertà. Sono immagini celebrative da leggere nella prospettiva politica dell’autore, non una cronaca completa dei singoli avvenimenti. Allo stesso modo, le espressioni sul «profilo pelagico» e sulla «razza» appartengono al lessico storico del brano: Bovio le usa per contestare un pregiudizio d’inferiorità, non offrono una classificazione biologica da assumere oggi.
La conclusione tiene insieme passato e responsabilità: l’antichità non basta, deve tradursi in rinnovamento. Il profilo di Giovanni Bovio permette di ritrovare il contesto intellettuale e civile da cui nasce questo saluto alla sua città.