La comunità ebraica di Trani accompagna il Sefer Torah nella Giudecca

Guida · Trani ebraica

Storia della comunità ebraica di Trani

Dalle presenze antiche alle espulsioni, la storia degli ebrei di Trani attraverso maestri, sinagoghe, trasformazioni cristiane e testimonianze funerarie.

Sinagoga, chiesa e museo

La sinagoga Scola Grande, poi chiesa di Sant’Anna, riunisce molte delle vicende della comunità ebraica tranese. La presentazione della sezione museale ne racconta il significato, richiamando un episodio della vita di san Nicola tramandato dagli Acta Sanctorum:

Sinagoga ‘Grande’, poi chiesa di S. Anna ed ora Museo: un monumento che racchiude in sé, in una storia architettonica e religiosa dal Medioevo all’Ottocento, le caratteristiche dell’edificio sinagoga e dell’edificio chiesa, diventa la Sezione Ebraica del Museo Diocesano dell’Arcidiocesi di Trani, Barletta, Bisceglie. Trani si onora di avere come patrono un giovane asceta, originario della Grecia e deceduto in questa città nel 1094: san Nicola il Pellegrino. Sulle sue labbra c’era una invocazione continua: Kyrie eleison, “Signore, pietà”. Racconta la sua vita che, sbarcato a Otranto, mentre partecipava a una processione vide un vecchio ebreo: si accostò a lui, lo riverì e gli rivolse parole di stima fraterna, suscitando dispetto e sospetto nei presenti. L’episodio, di grande ricchezza umana e teologica, è narrato negli Acta Sanctorum (Junii tomus primus, Parigi-Roma 1867, p. 235):

«Si svolgeva un giorno a Otranto una processione penitenziale e il santo la seguiva, cantando con gli altri Kyrie eleison. Incontrò un vecchio e, inchinandosi dinanzi a lui, gli disse: “Salve, o mio fratello e signore. Tu ed io siamo stati plasmati allo stesso modo da un unico Creatore”. E lo abbracciò. Ma i cristiani che erano presenti, dissero: “Guardate, riverisce e saluta gli ebrei”».

Il messaggio del giovane asceta illumina e dà senso al progetto che abbiamo voluto realizzare in questo tempio in cui, in tempi diversi e con diversi accenti, uomini credenti intesero onorare l’unico Padre di Tutti.

Gli ebrei nell’Italia meridionale nell’antichità

Italyah sˇel-Yawan, “Italia greca”, è il nome con cui nelle antiche fonti ebraiche viene indicata l’Italia meridionale, l’antica Magna Grecia. Nella tradizione esegetica richiamata era “la terra grassa” che Isacco aveva assegnato al figlio Esaù-Edom a consolazione della primogenitura che il fratello Giacobbe gli aveva carpito (Bere’sˇit R. LXVII, 6), e su essa Dio aveva predisposto da secoli – fin dal tempo del re del regno settentrionale d’Israele Geroboamo – di erigere una “capanna di rifugio” per i figli fedeli del suo popolo (bSˇabbat 56b).

I più antichi insediamenti furono quelli di Roma e di Pozzuoli del I secolo a. C.; nei secoli I-II d. C. sono presenti a Ostia e a Porto e nei secoli IV-VI in parecchie città marittime e lungo le vie consolari.

La presenza ebraica in Puglia

In Puglia la presenza ebraica era così cospicua e ricca, da costituire la maggior parte dei senati locali (curiae) e da provocare nel 398 un intervento dell’imperatore d’Occidente Onorio perché gli ebrei, che si ritenevano esentati dagli obblighi curiali in forza di una legge dell’imperatore d’Oriente Arcadio, vi continuassero a svolgere il ruolo di decurioni onde evitare il collasso economico delle città.

Tra le attività che gli ebrei svolgevano c’erano l’agricoltura e il commercio ed è probabile che operassero anche nelle manifatture tessili imperiali di Taranto e di Venosa, in particolare fornendo la materia prima. Difatti, la traduzione aramaica (Targum) di Ezechiele 27,6-7 eseguita in Palestina in quel tempo rende con “tessuto di Puglia” e “giacinto e porpora della terra d’Italia” il testo originale biblico che parla invece di “stoffe delle isole di Kittim e di Elisˇah”.

La comunità più numerosa, con una documentazione ininterrotta dal IV al IX secolo, era quella di Venosa, la patria del poeta latino Orazio. Sembra che nella tarda antichità la città fosse composta per buona parte di ebrei. I suoi sepolcreti (catacombe), scavati nel fianco meridionale della collina della Maddalena, a un miglio dalla città, hanno tramandato epigrafi in greco, latino ed ebraico. Accanto all’area cimiteriale ebraica, c’era quella cristiana.

Sulle origini della presenza ebraica in Puglia e nella vicina Lucania, fonti medievali tramandano di alcune migliaia di schiavi che Tito deportò da Gerusalemme nel 70 d. C. a Taranto, Otranto e nelle restanti città della Puglia. Ma fu la stessa posizione geografica, protesa verso l’Oriente e il Mediterraneo, che attrasse, fin dall’inizio dell’età imperiale, un numero considerevole di mercanti e artigiani ebrei in cerca di fortuna e di lavoro; ad essi si aggiunsero gli schiavi delle guerre tra romani e giudei in Terra d’Israele che i correligionari si affrettavano a liberare. Diversi indizi fanno pensare anche a un apporto di proseliti provenienti dal paganesimo, di estrazione sia umile che altolocata.

Gli ebrei del Mezzogiorno dall’alto Medioevo all’espulsione

L’alto medioevo vide attenuarsi la presenza ebraica nelle strutture socio-politiche. Esso fu però l’età d’oro della cultura: si sviluppò una nuova fioritura letteraria e liturgica in ebraico. Molte poesie liturgiche composte in Puglia in quel periodo sono ancora in uso nella liturgia ashkenazita, cioè degli ebrei di Germania e di Polonia-Lituania.

Tra i secoli IX-XI a Oria fiorirono i poeti Shefatyah con suo figlio Amittay; a Venosa, Silano e Zevadyah; a Bari, Elyah ben Shemayah, Mosè ben Eliyah, Abraham ben Isac; a Otranto, Menachem Corizzi; a Siponto, Anan ben Marinos ha-Cohen.

Eminente come medico, scienziato e filosofo fu Donnolo Shabbetay, nato a Oria ma formatosi a Rossano, in Calabria; compose, tra l’altro, il primo libro di medicina scritto in ebraico in Occidente.

Le scuole talmudiche pugliesi erano così rinomate, che le accademie di Fustat in Egitto, di Kairawan in Tunisia, di Cordova nella Spagna musulmana, si vantavano di avere avuto maestri di Bari. Il francese Rabbi Tam (d. 1171) ricordò l’autorevolezza delle scuole rabbiniche pugliesi citando un detto allora in voga: “Da Bari esce la Torah e la Parola del Signore da Otranto”, che parafrasava i profeti Isaia (2,3) e Michea (4,2): “Da Sion uscirà la Legge e la parola del Signore da Gerusalemme”.

Nell’XI secolo il Mezzogiorno fu conquistato dai Normanni, i quali imposero agli ebrei la loro tutela, in cambio di una tassa speciale, e largheggiarono nel donare ai vescovi le decime sui proventi delle loro attività. Ai Normanni successero gli Svevi, tra i quali primeggia l’imperatore Federico II.

Dagli Svevi alle espulsioni

Dopo un primo allineamento con le posizioni discriminatorie della Chiesa, Federico riconobbe agli ebrei nelle Costituzioni Melfitane (1231) una precisa personalità giuridica garantita dalla legge, e benché fossero ancora considerati inferiori di fronte ai cristiani, a questi li parificò nel diritto di difesa e di protezione. Gli Angioini, impadronitisi del Regno nel 1266, favorirono il passaggio al cattolicesimo di molti ebrei attraverso pressioni religiose e politiche, ma nei primi decenni del XIV la crisi fu superata, anche con l’apporto di profughi dalla Spagna, sud della Francia e Germania. Quando nel 1492 tutti gli ebrei furono espulsi dal mediterraneo spagnolo, gli Aragonesi del regno di Napoli li accolsero e tutto il Mezzogiorno si costellò di comunità. La conquista spagnola di Napoli nel 1503 segnò il tramonto dell’Ebraismo nelle nostre terre: ci fu una prima espulsione da parte di Ferdinando il Cattolico nel 1510 e poi quella definitiva e totale, da parte di Carlo V, nel 1541. Dal Mezzogiorno gli ebrei se ne partirono per raggiungere chi l’impero Ottomano, chi le terre della Chiesa, chi Venezia.

Gli ebrei a Trani

La ricostruzione locale colloca una numerosa comunità ebraica a Trani già nella prima metà dell’XI secolo. L’ipotesi di un afflusso di ebrei dalla Spagna islamica per sfuggire all’intolleranza degli Almohadi, movimento musulmano rigorista di origine berbera affermatosi nel XII secolo, può riguardare soltanto arrivi successivi: non spiega un insediamento dell’XI secolo.

È probabile che anche ebrei baresi si siano rifugiati nella città quando Guglielmo il Malo distrusse Bari nel 1156 per punirla di essersi consegnata all’imperatore bizantino Manuele Comneno. Benyamin bar Yonah, ebreo di Tudela (Navarra) nel suo diario di viaggio (Sefer Massa‘ot), intrapreso tra il 1159 e il 1166 attraverso l’Europa e l’Asia, annota:

“E di qui [Ascoli] in due giorni di cammino [si giunge] a Trani, che si trova sulla riva del mare. Qui, per comodità del suo porto, si raccolgono tutti i pellegrini che si recano a Gerusalemme. Vi è una comunità di Israele di circa duecento con a capo rabbi Elia, rabbi Natan il Commentatore e rabbi Iacob. È una città grande e bella”.

La comunità ebraica di Trani

Nel 1195 l’imperatore Enrico VI confermò alla Chiesa tranese i diritti goduti dal tempo di re Guglielmo, ossia le decime di Trani e di Barletta e la giurisdizione sui giudei tranesi, precisando che il tributo da questi dovuto annualmente all’arcivescovo era di 37 once d’oro e 2/3; eccetto tale tributo, essi non erano tenuti ad altra prestazione personale o economica. Il privilegio fu confermato nel 1221 da Federico II di Svevia, che vi aggiunse il divieto per un cristiano di testimoniare contro un ebreo e viceversa.

Nel 1231 l’imperatore affidò all’ebreo Curulia e ai suoi soci di Trani il monopolio dell’acquisto e della vendita della seta in tutto il Regno. Nelle Costituzioni Melfitane (Liber Augustalis, 1231) l’imperatore svevo espresse la sua equanimità ponendo sotto la propria speciale tutela, a motivo della diversità di fede, gli ebrei e i saraceni del Regno e vietando di far violenza alle loro persone e ai loro beni. Agli stessi ebrei affidò il prestito ad interesse che era vietato ai cristiani dalle leggi della Chiesa.

Nel 1236, dopo un’accurata inchiesta, seguita ad una accusa di infanticidio a Fulda – in Germania – proibì in tutto l’Impero che contro gli ebrei fosse elevata l’accusa di uccidere i cristiani per servirsi del loro sangue.

Il periodo normanno-svevo fu il più felice nella storia degli ebrei di Trani: essi giunsero – come ci tramanda nel 1572 il giurista tranese Lambertini – ad avere quattro sinagoghe, l’ultima delle quali fu completata nel 1247. Ci fu una eletta fioritura di studi, soprattutto talmudici, come prova il cognome Mi-Trani, “da Trani”, con cui erano designati due dei più grandi maestri dei secoli XII-XIII: Isaia ben Mali “l’Anziano”, nato verso il 1180 (egli fu anche rabbino di Venezia), e suo nipote Isaia ben Eliyah, “il Giovane”, rigorista e contrario all’uso della filosofia greca nella spiegazione della Torah.

Conversioni e pressioni in età angioina

La serenità della comunità tranese fu turbata agli inizi della dominazione angioina con la conversione al cristianesimo di un suo maestro di nome Manuforte, il quale nel 1267 ottenne dalla Corte l’assegnazione di un contributo annuo di sei once d’oro, da prelevarsi dai proventi della tintoria, in ricompensa della sua conversione e del suo zelo per portare altri giudei al battesimo. Manuforte, che aveva anche denunciato la presenza nel Talmud e nei libri liturgici di ‘bestemmie’ contro Cristo e la Madonna, ottenne nel 1270 l’incarico di ricercare tali testi e di inviarli alla Corte.

«In quel tempo – scrive Shelomoh ibn Verga (Shevet Yehudah, 19) – c’erano a Trani, Bari e Napoli persone assai rinomate per il loro sapere, in particolare predicatori e poeti; non ce n’erano di simili sulla terra, salvo che in Provenza».

Chi erano i neofiti

Neofita, o neofito, indica qui chi si è convertito da poco al cristianesimo. La parola passa dal greco al latino ecclesiastico e richiama l’immagine di una pianta appena germogliata. Nel linguaggio delle comunità cristiane antiche era riferita a chi aveva ricevuto da poco il battesimo.

Il proselitismo accanito di Francescani e Domenicani, coadiuvati dalla corte angioina, portò nell’ultimo decennio del secolo XIII al disfacimento delle comunità e al passaggio di molti ebrei del Regno alla fede cristiana; a Trani nel 1294 i neofiti (o cristiani novelli) furono 310.

La loro condizione, comunque, non si alleviò molto, perché i frati inquisitori continuarono a vessarli e gli arcivescovi a pretendere con forza il contributo pecuniario annuale che era dovuto dagli stessi come ebrei prima della conversione. La Corte intervenne più volte in difesa degli ex-giudei e dei loro discendenti e nel 1413 re Ladislao volle che due dei sedici cittadini da eleggere ogni quattro mesi come amministratori della città fossero neofiti.

La giudecca e le sinagoghe di Trani

Nelle città della diaspora il quartiere ebraico spesso si sviluppa vicino alle mura, al porto, al mercato – per ragioni commerciali – ma anche nei pressi della chiesa maggiore o del palazzo/castello – per ragioni di sicurezza e protezione. Così a Trani la giudecca sorge nella parte più alta della città antica, a ridosso delle mura longobarde, nei pressi del porto e della cattedrale.

La giudecca, quartiere aperto

Una giudecca (ma anche giudea, giovecca, giuderia, giudaica, ebraica) è un quartiere aperto, da non confondersi con il ghetto, quartiere chiuso istituito per legge nel XVI secolo per l’insediamento coatto degli ebrei; una pratica introdotta sporadicamente nel nord Europa già nel sec. XIII e la cui consacrazione toponomastica è attestata a Venezia nel 1516.

Cuore del quartiere è la sinagoga che svolge le funzioni di casa di riunione (Beth Keneseth: sinagoga ne è la traduzione greca) dove recitare le preghiere o ascoltarle da un cantore, ma anche di casa di studio (Beth Midrash) dove studiare la Torah sotto la guida di un rabbino o amministrare la giustizia su questioni rituali e non.

E sempre nella giudecca sorgono altri servizi per la comunità: la macelleria, il forno e il miqweh. Quest’ultimo – spesso adiacente, se non all’interno della sinagoga – consisteva in uno o più ambienti con vasche scavate nel suolo per le abluzioni rituali. Fuori dalle mura ma spesso in vista del quartiere, veniva insediato il cimitero.

La prosperità della giudecca tranese si esprime attraverso le quattro sinagoghe, poi trasformate in chiese e dedicate a SS. Quirico e Giovita (poi S. Anna), S. Maria di Scolanova, S. Leonardo Abate e S. Pietro Martire (Lambertini, 1572). La chiesa di S. Anna e quella di S. Maria di Scolanova sono le uniche delle quattro sinagoghe pervenute fino a noi; delle altre due si hanno solo i primi ricordi documentati alla fine del sec. XIV e sembra che fossero localizzate nei pressi di S. Anna l’una, di via Cambio l’altra.

I toponimi caratteristici del quartiere ebraico si sono conservati, ed ancora oggi la chiesa di S. Anna affaccia su Via della Giudea e quella di Scolanova su Via e Piazza Sinagoga. Questa piazza è oggi il risultato della demolizione del palazzetto noto come “casa del rabbino”, il cui prospetto, con una bifora tardo trecentesca, guardava verso la sinagoga. Questa era certamente chiamata Scola Nova; l’altra semplicemente la Sinagoga, forse a motivo del suo ruolo comunitario centrale: oggi essa viene indicata col nome di Scola Grande.

Della Sinagoga Grande, espressione della fiorente comunità del periodo svevo si conosce l’anno di fondazione (1246-47). Per Scola Nova non si hanno invece notizie sulla sua costruzione, ma gli elementi architettonici e formali permettono di ritenerla del XII secolo – inizi XIII, precedente, quindi, alla Sinagoga Grande; l’appellativo ‘Nova’ probabilmente faceva riferimento ad altri, più antichi, edifici sinagogali.

La sinagoga Scola Nova

Scola Nova si presenta come un tipico edificio del romanico, pugliese in particolare: due livelli a pianta rettangolare voltati a botte, facciata a cuspide, tetto a ‘chiancarelle’ e aperture a monofore sono elementi comuni all’edilizia civile locale e a quella di altre sinagoghe medioevali europee.

L’architettura della sinagoga

All’interno le pareti laterali sono scandite da due arconi per lato, a sesto acuto al piano superiore, a tutto sesto al piano terra. Le numerose nicchie ed aperture dei due livelli, ora murate, comunicavano con alcuni locali degli edifici adiacenti destinati forse al Talmud Torah, per lo studio della Legge, o alla mehizah. Quest’ultimo era un vano riservato alle donne e separato dall’aula della sinagoga da aperture chiuse con fitte grate o sportelli.

L’edificio è orientato in direzione sud-est, verso Gerusalemme, e al piano superiore campeggia l’Aron ha-qodesh, l’arca santa, l’armadio-tempietto in cui si custodiscono i rotoli della Torah. Gli elementi che lo compongono – bifora a doppia ghiera con colonnine binate e timpano triangolare ora scomparso – sono quelli della tradizione locale, ma l’immagine complessiva rimanda a miniature e a sinagoghe come quelle di Sopron, in Ungheria. Anche a Trani l’Aron, di inusitata altezza da terra, doveva avere una serie di gradini per permettere un agevole accesso ai rotoli. La nicchia centrale conserva gli stipiti delle ante in legno che la chiudevano e le sedi dei perni scavate.

Nessuna traccia, invece, della bimah, il pulpito su cui cantore e rabbino salivano per le letture bibliche, le preghiere, i canti e le omelie. Era solitamente una struttura in legno, come mostrano molte miniature, e la sua posizione era variabile, ma, qui, doveva essere centrale e completava l’aula, con l’Aron ad oriente ed i banchi in legno laterali, come in molte sinagoghe europee, come a Praga e Worms.

La scala esterna, che ora permette l’accesso all’aula della sinagoga al piano superiore, è chiaramente una aggiunta posteriore: sotto il pianerottolo, un ampio arco falcato doveva costituire l’ingresso originario all’edificio dal piano terra.

La presenza di un vano voltato interrato fa pensare al miqweh, una stanza con una o più vasche d’acqua per le abluzioni rituali. Attualmente Scola Nova è tornata alla originaria funzione di sinagoga ed affidata alla Sezione di Trani della Comunità Ebraica di Napoli.

La sinagoga Scola Grande

“… con una cupola alta e maestosa e una finestra aperta alla luce…”

Così l’epigrafe di edificazione descrive l’interno della sinagoga. L’iscrizione, ricollocata al suo posto originario, data la costruzione all’anno 5007 dalla creazione del mondo secondo la Bibbia, ovvero al 1246–47 e. v.

La Sinagoga Grande – o Scola Grande – è la più monumentale delle due sinagoghe tranesi. Sorge isolata dagli edifici circostanti e si presenta all’esterno come un corpo compatto rettangolare sormontato da un tamburo ottagonale e da una cupola; all’interno quattro arconi sostengono il tamburo cilindrico con quattro finestre e la cupola emisferica.

L’insieme rimanda al romanico pugliese, per esempio, della vicina S. Maria di Giano, qui a Trani, ma anche a quegli edifici mediterranei che traggono ispirazione dalla qubbat, la tomba mausoleo islamica, cupolata e aperta sui quattro lati verso i punti cardinali come il battistero della chiesa crociata di S. Giovanni Battista a Byblos.

In origine la cupola potrebbe essere stata interamente estradossata: l’edificio avrebbe assunto l’aspetto di molte costruzioni medio-orientali e, se non proprio di quella islamica della Cupola della Roccia o della sinagoga Hurva, evocata nella sua forma storica precedente alla distruzione – di altre epoche e proporzioni – certo di quella della chiesa di S. Anna, tutte a Gerusalemme.

I restauri hanno messo in luce il piano di spicco dei quattro pilastri: è questo il livello originario della sinagoga. Come in molte sinagoghe a pianta centrale della diaspora, si può ipotizzare una disposizione interna con l’Aron ha-qodesh sulla parete orientale, in asse o in direzione di Gerusalemme; la bimah in legno al centro; i sedili o banchi di fronte all’Aron sui lati. Gli scavi archeologici hanno portato alla luce i resti in pietra di quello che potrebbe essere uno dei “sedili (itztavot) per starvi gli operatori del canto” di cui parla l’epigrafe di fondazione.

Altri ambienti dovevano essere affiancati all’aula centrale per l’uso come vestiboli o come mehizah per le donne, ma gli scavi effettuati non ne hanno trovate tracce certe al di là di resti di murature di precedenti edifici. Difficile appare anche l’identificazione di un miqweh – per le abluzioni rituali – o di una genizah – per i testi sacri non più in uso – anche se nella cripta settecentesca si aprono alcuni piccoli ambienti forse più antichi ma fortemente rimaneggiati.

Sulla facciata esterna orientale – sopra la porta secondaria – è impropriamente murato un piccolo timpano a cuspide che ricorda, nelle dimensioni e nell’archivolto, il coronamento dell’Aron di Scola Nova: non è difficile ipotizzare che possa appartenere all’Aron di questa Sinagoga Grande, riutilizzato all’esterno dopo la sua trasformazione in chiesa. Per la sua eleganza, il piccolo timpano è stato scelto come simbolo grafico di questo Museo.

Da sinagoghe a chiese

Le sinagoghe tranesi furono trasformate in chiese quando, alla fine del XIII secolo, la quasi totalità degli ebrei della comunità passò al cristianesimo. Si è ipotizzato che il riuso degli edifici sia stato richiesto dagli stessi neofiti, come per una sinagoga di Napoli nel 1290 – poi chiesa di S. Caterina Spina Corona. Questa ipotesi sulle trasformazioni edilizie non dimostra però che le conversioni fossero libere da pressioni: le persecuzioni e le vessazioni sono ricordate anche in questo studio. Scola Nova fu dedicata a S. Maria Annunziata – ma era conosciuta anche come S. Maria Nova – Scola Grande ai santi Quirico e Giovita – e dal ‘700 a S. Anna; le altre due sinagoghe furono intitolate rispettivamente a S. Pietro Martire e a S. Leonardo, come riportato nel 1572 dal vescovo-giurista Cesare Lambertini.

Le dediche e la loro interpretazione

Secondo la lettura simbolica qui proposta, le dediche richiamavano ai neofiti il loro status di ex-giudei:

  • L’Annunziata era, per i cristiani, l’ebrea Maria che, accogliendo la parola portata a lei dall’arcangelo Gabriele, divenne la madre del Messia d’Israele;
  • La dedica ai Santi Quirico e Giovita fu un atto di ossequio ai sovrani Angioini: il racconto agiografico qui richiamato collega reliquie provenienti da Antiochia e giunte a Marsiglia, in Provenza, al vescovo di Auxerre S. Amanzio (d. 418). L’identificazione di entrambi i martiri in questo racconto resta incerta e non va confusa con la dedicazione documentata della chiesa;
  • Pietro da Verona, domenicano e accanito inquisitore, fu assassinato dagli eretici nel 1252 e si dice che, morendo, abbia scritto per terra col proprio sangue la parola “Credo”. La dedica fu un omaggio ai Domenicani, che operavano in Trani per convertire gli ebrei;
  • S. Leonardo di Limoges (d. ca. 530) era venerato come patrono dei carcerati. I suoi attributi iconografici sono le catene dei prigionieri liberati, a cui si aggiungono spesso un libro, la croce e una bandiera. Il santo doveva ricordare ai neofiti le catene dell’«errore» spezzate con la conversione e il dovere di proclamare il Vangelo.

Le trasformazioni degli edifici

Le trasformazioni da sinagoghe a chiese avvengono con diverse modalità. Così a Scola Nova/S. Maria Nova si utilizzerà solo l’aula al primo piano, aggiungendo la scala esterna e si trasformerà l’Aron in una sorta di edicola votiva – o come ancòna di un altare ora perduto – con una immagine della Madonna.

A Scola Grande/S. Anna si procede più radicalmente: nel giro di pochi anni dalla edificazione come sinagoga viene aggiunta un’abside semicircolare, demolito l’Aron e modificati gli ingressi. Nei secoli successivi verrà aggiunta la sacrestia ed il campanile ed ‘ornata’ secondo gli stili dei tempi: sono del ‘600 i cartigli con le iscrizioni a tempera rinvenuti nella zona dell’abside; del ‘700 l’altare laterale ligneo e la cripta voluti dalla Confraternita di S. Anna; in ultimo i due restauri “a più splendida forma” – del 1841 e 1888 – la ricoprono di stucchi e decorazioni.

Il confronto con una leggenda medievale

La vicenda di Scola Nova sembra evocare una leggenda medioevale illustrata in un manoscritto composto intorno al 1360 nel monastero di Krumau in Boemia (Codex Vindobonensis 370) e conosciuta come “La casa degli ebrei divenuta chiesa di Maria”. La leggenda narra, infatti, di un edificio appartenuto ad ebrei – verosimilmente una sinagoga – trasformato in chiesa e di una immagine della Madonna trovata dipinta miracolosamente su una parete al suo interno. Come nel codice, anche a Trani la chiesa si dotò di una immagine mariana: sul fondo della nicchia dell’Aron ha-qodesh fu dipinta una Madonna con Bambino. Si può ritenere che lo scopo della leggenda sia stato quello di ‘ufficializzare’ attraverso un miracolo le numerose trasformazioni di sinagoghe in chiese che stavano avvenendo in quegli anni.

Ebrei e neofiti a Trani

Le conversioni della fine del XIII secolo non distrussero del tutto in Trani la presenza ebraica. Essa lentamente si riprese e con gli Aragonesi, divenuti nel 1442 nuovi signori del Regno, la comunità diventò una delle più importanti di Puglia. In essa, tra gli altri, operò e vi morì nel 1450 il dotto maestro, traduttore e copista Tanhum ben Mosè da Beaucaire. Un copista tranese, Iosef ben Nathan ben Shemuel Zarfati, era attivo a Napoli negli anni 1480 e 1484.

Verso la fine del secolo XV ricomparvero nella città fermenti di intolleranza. Gli ebrei denunziarono nel 1492 che ‘la ragazzaglia’ impediva loro a sassate di pregare nelle sinagoghe. La denuncia si ripeté nel 1494, e l’inchiesta appurò che a fomentare le violenze era il vicario episcopale: la Camera della Sommaria intervenne, condannando in particolare le sassaiole contro gli ebrei e le loro abitazioni che avvenivano durante la Settimana Santa. La situazione peggiorò nel 1495, quando Carlo VIII di Francia invase il Regno. I beni dei neofiti furono sequestrati e ben 120 famiglie fuggirono a Barletta, Giovinazzo e altri paesi vicini.

La memoria della diaspora comprende anche il maestro Mosè ben Iosef Trani, di famiglia d’origine iberica e nato a Salonicco, non un profugo adulto degli eventi del 1495. Il catalogo della Biblioteca nazionale d’Israele ne indica le date 1500–1580; la Posen Library propone 1505–1585. Fu padre del rabbino Iosef ben Mosè Trani, detto Maharit (1568–1639).

Il periodo veneziano e le espulsioni

In cambio dell’aiuto ottenuto contro i francesi, nel 1496 Ferrante II d’Aragona cedette in pegno Trani a Venezia, che la tenne sino al 1509. Fu questo un periodo di relativa calma, durante il quale abitò nella città il dotto siciliano Rabbi Hayyim ben Shabbetay Yona. Nel 1506 egli vi copiò il ‘Siddur’ del grande maestro Amram Gaon (vissuto in Babilonia nel IX secolo), il più antico formulario di preghiere quotidiane a noi giunto.

Nel 1510 gli ebrei e i neofiti di Trani dovettero lasciare la città per volontà di Ferdinando il Cattolico, nuovo sovrano del regno di Napoli. A questa data i nuclei ebraici stabili in Trani erano 15, quelli avventizi 32; i nuclei cristiani – comprese 30 famiglie di albanesi – erano 843. Alcuni neofiti riuscirono a dimostrare la loro ortodossia cattolica e poterono restare. In tutto il Regno fu permesso anche di restare a circa duecento famiglie ebraiche facoltose per sovvenire ai bisogni del popolo.

Le necessità economiche spinsero gli spagnoli, di lì a qualche anno, a favorire il ritorno degli ebrei e a legalizzare la loro presenza. La comunità di Trani è di nuovo attestata nel 1518 e perdurò sino al 1541, anno dell’espulsione definitiva degli ebrei dal Viceregno voluta da Carlo V.

Memorie, documenti e testimonianze

Negli anni 1539-1541 erano attivi a Trani Helya de Moyse e suo figlio Rafael, Iacob de Helya e suo figlio Sciabadullo: essi negoziavano in stoffe, frumento e vino, come attestano numerosi atti del registro di Nicola De Fabritiis, notaio tranese di quel tempo.

Un tentativo di riammissione degli ebrei nel regno di Napoli (ridivenuto indipendente dopo la battaglia di Bitonto del 1734) fu compiuto da Carlo VII di Borbone nel 1740, ma l’ostilità, in particolare degli ambienti religiosi, indusse il re a decretare nel 1747 una nuova espulsione. Dal 1831, sotto Ferdinando II di Borbone, la storia della Comunità ebraica di Napoli documenta una nuova fase di presenza stabile, con epicentro nella città partenopea.

Il cimitero e la cripta

Il cimitero degli ebrei tranesi e la cripta funeraria di Sant’Anna appartengono a vicende differenti. Il primo si trovava all’esterno della città medievale; la seconda fu richiesta in età moderna dalla confraternita cristiana insediata nella chiesa già Scola Grande. La storia dell’edificio e la conservazione delle lapidi non devono far confondere questi luoghi di sepoltura.

Il cimitero fuori dalle mura

L’area sepolcrale ebraica era posta presso le mura federiciane, in una zona utilizzata per sepolture fin dall’antichità, con epicentro nell’attuale via Calatafimi. I confini ricordati comprendevano la via verso il convento dei Domenicani, quella «sotto il canneto» e la strada per Bisceglie e Ruvo.

Dopo le conversioni del 1294 il cimitero fu abbandonato. Nel 1304 gli Angioini donarono l’area ai Domenicani: il documento di donazione è importante anche perché ne indica i confini. Nel Quattrocento, con la ripresa della comunità, le sepolture avvenivano in un’area adiacente a quella antica, lungo la via per Colonna.

Si riconoscono dunque due fasi, non necessariamente un unico recinto rimasto immutato. Le indicazioni delle strade aiutano a leggere la relazione fra città murata e spazi esterni; non equivalgono però a un itinerario che consenta di individuare oggi ogni tomba. Per il quadro delle conversioni e dei mutamenti della comunità si può approfondire la storia di ebrei e neofiti a Trani.

Cinque lapidi e i nomi che conservano

La tradizione funeraria ebraica conosce l’uso di lapidi e stele con epitaffi, in forme diverse secondo epoche e comunità. Le pietre tombali e i frammenti lapidari di Trani offrono testimonianze personali, talvolta sopravvissute perché riutilizzate come materiale da costruzione. Non tutte le tombe sono documentate allo stesso modo, ma quelle conservate restituiscono nomi e legami che altrimenti rimarrebbero invisibili.

  • Rabbi Adonyah b. Baruch, morto nel 1290: la sua pietra tombale appartiene al cimitero più antico.
  • Rabbi Tanhum ben Mosè da Beaucaire, morto nel 1450, ricordato come «sapiente»: la lapide proviene dal cimitero quattrocentesco.
  • Ricca di Hayym, morta nel 1480.
  • Astruga di Mastro Astruc, morta nel 1491.
  • Bonafiglia, «compagna» di Giuda de Bonomo, morta nel 1491.

Al XIII secolo sono datati anche frammenti murati nel Palazzo Broquier-D’Amely. Il reimpiego spiega perché il luogo nel quale una pietra è stata ritrovata possa essere diverso da quello della sepoltura: una lapide inserita in una parete non prova che sotto quel palazzo esistesse il cimitero.

Le cinque pietre tombali sono ricordate nell’esposizione dedicata alla storia ebraica presso Sant’Anna. La loro conservazione in questo contesto ha una funzione documentaria: non le rende testimonianze di un cimitero ebraico scavato sotto la chiesa.

La formula del vincolo della vita

Nelle epigrafi ricorre l’invocazione:

Sia la sua anima avvinta nel vincolo della vita.

La formula richiama il passo biblico di 1 Samuele 25,29, nel quale compare un augurio di protezione divina. Divenuta comune nelle iscrizioni funerarie, nelle epigrafi tranesi è espressa in forma abbreviata attraverso le iniziali delle parole ebraiche. L’abbreviazione va quindi riconosciuta come una formula, non letta come un ulteriore nome del defunto.

La cripta cristiana di Sant’Anna

Nei primi decenni del Settecento la confraternita di Sant’Anna, che aveva sede nella chiesa omonima già Scola Grande, si rivolse al Capitolo Cattedrale, proprietario dell’edificio. Chiese di «rifare e abbellire la chiesa» e di «fare un piccolo soccorpo», cioè un ambiente sotterraneo da destinare al sepolcreto dei confratelli.

L’intervento appartiene alla pratica cristiana, diffusa dal Medioevo soprattutto nei paesi latini, di seppellire i defunti nelle chiese o in ambienti sottostanti. Nelle sedi confraternali questi spazi erano riservati ai confratelli e ai loro familiari. A Sant’Anna i corpi venivano collocati nelle nicchie laterali, dette colatoi; successivamente le ossa erano raccolte in ossari comuni, ricavati in locali adiacenti o sotto la cripta.

Decorazioni e iscrizioni di questi ambienti, a Sant’Anna sull’ingresso della cripta, ricordavano la caducità della vita terrena. Sono elementi da interpretare nel contesto della confraternita cristiana settecentesca, non da attribuire alla funzione sinagogale precedente. Distinguere cimitero medievale, lapidi trasferite e cripta moderna rende più leggibile la complessa storia religiosa di Trani.

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Bibliografia e crediti

Da un testo di Alessandro Bove, con integrazioni redazionali. La presentazione museale conserva la propria voce; le citazioni mantengono i riferimenti alle edizioni originali.

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