Documento e ricerca · Trani e il mare
La marineria tranese: migrazioni, lavoro e testimonianze
Dalla crisi del 1799 alle comunità emigrate, una storia di naviganti raccontata attraverso documenti, memorie di lavoro, letteratura e poesia dialettale
La crisi del 1799 e l’emigrazione marittima
L’undici marzo 1799 i deputati baresi Saverio D’Angelis e Giovanni Contieri annunziarono ai loro concittadini “per ora è decretata la distruzione di Trani. Eseguito questo atto di giustizia e di vendetta vedrete subito sventolare alle vostre porte le tricolori bandiere”.
Il 2 aprile Trani era in fiamme e il fuoco si scorgeva dai paesi vicini. La memoria cittadina ricorda la violenza contro il ceto marinaro, inseguito per terra e per mare, e la distruzione del naviglio. L’estensione totale di queste perdite non è però quantificabile sulla sola base di tale racconto; molti superstiti presero la via dell’esilio.
La grave crisi in cui cadde la città, coinvolta dal 1806 nel riassetto amministrativo del Regno, con il trasferimento del capoluogo a Bari realizzato nel 1808, diede luogo ad una lenta migrazione di ciò che restava del ceto marinaro tranese.
I marinai tranesi iniziarono a espandersi nel mediterraneo, a Port-Said prima e poi ad Alessandria di Egitto, ove erano stati impegnati per la costruzione del Canale di Suez, come le famiglie Cuccovillo e Scoccimarro, a Patrasso, come i Fabiano, ove già prima della prima guerra mondiale si contavano oltre venticinquemila italiani secondo una stima da verificare, con una presenza tranese, in Romania, in Crimea, in Tunisia, ove nella vicina Goletta vi era una vera e propria cittadina tranese, i cui nomi sono riconoscibili nel locale cimitero, in Algeria da cui moltissimi passarono in Francia a Montpellier e nella regione delle foci del Rodano come la famiglia Fabiano, con Antonio, classe 1858, Luigi, classe 1844, Giuseppe, classe 1859, la famiglia Croce, classe 1851, la famiglia Falotico, classe 1874, ed ancora le famiglie Laurora (1866),Finizio (1876),Francavilla (1861),Fuster (1876). Altri si stabilirono a Spalato, Zara, Trieste, Ragusa, Crotone.
Successivamente l’emigrazione si diresse verso il Cile, Valparaiso, l ’Argentina, Rio della Plata.
Il 29 maggio 1884 la nave SS Gottardo, al comando del capitano G. Delbetolo e partita da Napoli, è ricordata in arrivo a New York. Non fu l’inizio dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti, già in corso: è una tappa della vicenda migratoria qui descritta. All’elenco dei passeggeri viene attribuita un’età media di 26 anni, con mogli e bambini al seguito. L’affermazione che nessun bambino sia sopravvissuto alla traversata non è sostenuta qui da un registro verificabile e non può essere considerata un dato accertato.
Dopo questo primo viaggio seguirono la SS CALEDONIA il 14 maggio 1888, la SS Alesia, riportata anche come Alessia, il 2 luglio 1898; anche per questo viaggio la notizia della morte di tutti i bambini non è documentata, il CITTA’ DI MILANO il 12 aprile 1902, SS HOHENZOLLERN il 27 maggio 1903,SS ROMANIC il 6 marzo 1905, SS ALGERIA il 26 maggio 1906, SS ALGERIA l’11 giugno 1906,SS EUROPA il 4 settembre 1907, SS GERMANIA il 28 agosto 1907. Il fenomeno migratorio era solo all’inizio, ancora dovevano arrivare i Grandi Transatlantici come il Rex, Il Conte Rosso, il Biancamano da tremila cuccette a viaggio.
Diverse famiglie di marinai tranesi si stabilirono in una località indicata come «Flosking» (N.Y.), toponimo non identificato con certezza, come gli Amoruso che nel 1924 a divozione della festa della B.V. del Carmine, memori della loro Santa Protettrice, offrirono i fuochi pirotecnici e a Hoboken, nell’area metropolitana di New York.
I marinai di Kerč
Una storia di emigrazione particolare è quella dei marinai di Kerc con i vari De Martino, De Cilis (De Cillis), De Lerno (Di Lernia) De Doglio (Dell’Olio) De Pinda (De Pinto), De Fonso (D’Alfonso), Biocino, Budani, Bruno, Giachetti, Evangelista, Cassanelli, Puppo, Croce, Carboni, Logoliso (Logoluso), Nenni (Nenna), Simone, Spadoni, Scalerini (Scagliarino), Scuccimarro (Scoccimarro), Parenti (Parente), Pergolo, Mafioni (Maffione) , Fabiano, Porcelli, Pleotino, che con le loro famiglie e masserizie, a bordo di paranze, si trasferirono da Trani in Crimea nel 1863, ove erano state attirate da parte delle autorità imperiali russe da offerte di lavoro in campo agricolo e marittimo.
La piccola comunità , laboriosamente si era integrata nella nuova patria, non dimentica dei vincoli con la patria di origine, istituendo agli inizi del 900 una scuola elementare cattolica affinchè la memoria della lingua natia e della propria religione non si perdesse.
La comunità tranese si dedicò ai traffici marittimi trasportando merci nei porti del Mar Nero e nel Mare d’Azov.
La comunità, che si era stabilita nella parte nord-occidentale di Kerc, aveva in Leonardo Fabiano il suo cantore, che con la chitarra, ricordava il mare di Colonna, il Porto, la Cattedrale, i vicoli di Trani, gli amici e parenti lontani, come di un paradiso perduto.
La vita della comunità italiana si svolse per più generazioni intorno al lavoro e ai legami familiari. Agli anni Trenta è riferita l’apertura di un circolo culturale italiano intitolato a “Sacco e Vanzetti”, finanziato dal Kolkhoz: l’esistenza di questa attività non prova però una generale assenza di repressione.
Già alla fine della prima guerra mondiale, durante la guerra civile, molti emigrati italiani delle regioni meridionali della Russia persero diritti civili, lavoro, casa e beni; alcuni persero la vita.
Nel 1942 la comunità italiana di Kerč fu deportata in Kazakistan. Non era composta soltanto da tranesi: alle famiglie pugliesi si affiancavano altre provenienze italiane. La cifra di oltre tremila persone qui tramandata non va assunta come conteggio verificato dei deportati.
La memoria della deportazione ricorda un viaggio durato circa due mesi, su vagoni chiusi e attraverso il Mar Caspio, verso il Kazakistan e Karaganda, segnato da stenti, fame, tifo e morti abbandonati alle stazioni o sepolti in mare. Non è dimostrata l’affermazione che nessun bambino sopravvisse: le testimonianze dei superstiti raccolte da Memorial impongono di distinguere singole esperienze e destino dell’intera comunità.
Memorial documenta destini diversi: donne, anziani e bambini nei kolchozy, uomini al lavoro coatto nel complesso metallurgico di Čeljabinsk. Non tutti furono dunque internati indistintamente nello stesso tipo di campo. Solo una parte tornò a Kerč; il ritorno viene collegato all’epoca di Krusciov. La stima successiva di circa trecento membri della comunità non è un censimento attuale e non può essere confrontata automaticamente con quella di tremila persone.
Le paranze tranesi e il Canale di Suez
Nel 1865 il ministro Luigi Torelli avrebbe dato risalto al passaggio di due paranze tranesi di diciotto tonnellate ciascuna nell’area del Canale di Suez.
La notizia è richiamata attraverso Raffaele De Cesare, “La fine di un regno”, capitolo XIV. Il primato del primo attraversamento integrale resta da verificare: la Suez Canal Authority data l’inaugurazione del canale al 17 novembre 1869. Un eventuale passaggio del 1865 non va confuso con quella apertura.
L’occasione di riprendere i commerci mediterranei di Trani è interpretata come un’opportunità frenata dalla carenza di credito, magazzini generali e accordi commerciali con Cina e Giappone.
Commenta il De Cesare che “mentre ben undici anni prima dell’apertura del canale , l’Inghilterra, l’Olanda, la Francia, la Russia, gli Stati Uniti avevano ottenuti grandi agevolazioni commerciali con il Giappone, il re di Napoli non pensava ad altro che a trovar moglie al principe ereditario !
Non sono qui indicati i nomi delle due paranze; anche la loro identificazione resta legata alla testimonianza citata, non a un riscontro navale nominativo.
Molto probabilmente erano state richiamate in quei luoghi dalle numerose maestranze tranesi trasferitesi a Porto Said per la costruzione del Canale, e approfittando delle attività di cantiere e dei nuovi collegamenti, misero la prora verso oriente.
L’iprite e i residuati bellici
Anche in epoca moderna i pericoli del mare hanno continuato ad affliggere la marineria tranese, e barese in genere. Sono le famigerate bombe all’iprite.
Una delle risorse dei marinai tranesi da sempre è stato il sale delle Saline di Barletta, che anticamente appartennero alla nobile famiglia dei Campitelli di Trani.
Le paranze tranesi erano use trasportare il prezioso prodotto in tutto l’Adriatico, sino a Trieste da dove prendeva la strada per il nord-europa. D’Annunzio nei suoi racconti della Pescara ne traccia un poetico quadro quando all’altezza di Ortona veleggiavano le paranze cariche di sale il cui brillio sotto il sole le faceva sembrare diamanti sul mare.
A metà degli anni venti a Bussi sul Tirino, magnifica località incastonata tra i monti abruzzesi venne aperta una industria chimica per la produzione dell’iprite che aveva come materia prima il sale delle Saline di Barletta .Il Protocollo di Ginevra del 1925 vietò l’uso in guerra delle armi chimiche e biologiche: non era una convenzione del 1923 che ne proibiva la produzione. Analoga attività venne svolta dalle industrie chimiche indicate come «Seronio» di Foggia, denominazione che resta da identificare. Il 2 dicembre 1943 il porto di Bari è vittima di un attacco aereo e viene affondata la nave John Harvey dalla Luftwaffe, anch’essa carica di iprite.
Ai fondali antistanti Trani, Molfetta, Barletta, Bari e Manfredonia sono legate notizie di scarichi di residuati bellici. L’attribuzione di migliaia di tonnellate di iprite a entrambe le parti alla fine della guerra richiede però dati per area e tipo di munizione: non equivale a una mappa accertata della contaminazione.
Il rinvenimento accidentale di ordigni nelle reti rese rischioso il lavoro delle marinerie di Trani, Molfetta e Bari. L’iprite può causare lesioni cutanee, oculari e respiratorie, anche con effetti ritardati; nelle esposizioni gravi può danneggiare il midollo osseo. Questi effetti non si manifestano necessariamente tutti in ogni esposizione.
Le testimonianze ricordano reti tagliate e abbandonate, liquidi fuoriusciti dagli involucri, ustioni e bruciori agli occhi. La corrosione dei contenitori costituisce un problema di sicurezza e ambientale. Il ricordo di bombe e siluri lasciati all’imboccatura del porto descrive una pratica pericolosa, non un comportamento da ripetere: un sospetto residuato non deve essere toccato o recuperato; occorre avvertire la Guardia Costiera e seguirne le istruzioni.
I subacquei di Trani
Con la fine del secondo conflitto mondiale il mediterraneo divenne una enorme miniera di ferraglie per le numerose navi affondate, mentre nel periodo successivo venne sempre più sviluppandosi l’estrazione del petrolio per mezzo di piattaforme ancorate al fondo del mare.
Tutto questo portò alla creazione di ditte specializzate in operazioni di attività subacquea, posa piattaforme petrolifere e oleodotti.
Una delle società di eccellenza fu la Micoperi, formata da personale altamente specializzato proveniente dalla Marina da Guerra italiana.
Alla storia della Micoperi sono legati recuperi di relitti affondati durante la seconda guerra mondiale, anche nelle acque tunisine delle Kerkennah. Il richiamo al recupero del codice britannico “Naval Decypher” non può invece essere attribuito alla società senza distinguere le precedenti imprese militari dei singoli operatori dalla successiva attività aziendale. Nelle Kerkennah si ricordano numerosi relitti e l’invio del materiale recuperato alle fonderie di Piombino, La Spezia e Ancona per la ricostruzione italiana; la precisa consistenza e il titolo delle concessioni francesi richiedono riscontro.
Leggendario subacqueo della Micoperi è stato il tranese Francesco Campanalunga, di statura alta, secco e robusto che gli anziani ricordano da piccolo per i suoi spericolati tuffi dalla gru della “terra rossa” prospiciente il porto alla banchina Santa Lucia.
Campanalunga lavorò a lungo a Santa Cruz di Tenerife e nel Mar Rosso nel difficile e rischioso campo degli esplosivi subacquei per l’installazione delle piattaforme petrolifere, per poi passare, per la sua particolare capacità ed esperienza, a fare l’istruttore subacqueo per la marina da guerra spagnola. Il suo ricordo compare anche in Lino Pellegrini, “Sub – Il libro degli abissi”, A. Martello, 1966.
La cifra di oltre trenta marinai tranesi dediti alla pesca subacquea professionale appartiene alla fase descritta da questa testimonianza, non a un organico attuale.
Il memoriale dei marinai tranesi del 1924
La vocazione marinara dei tranesi emerge dal memoriale inviato alle autorità nel 1924 per il prolungamento della diga di maestro. Le cifre del traffico, le profondità, i giudizi e i primati rivendicati appartengono alla voce dei proponenti e non descrivono il porto attuale.
“ Trani sorse più di mille anni sul mare e per il mare”
La sua marineria non fù costituita solo da pescatori, ma di molte migliaia di audaci navigatori, che solcando il nostro Adriatico, si portarono in lontane regioni, onorando, sin dall’antichità il nome della patria.
Gli Statuti marittimi del 1063, gli edifici che circondano il bacino, costruiti al tempo delle Crociate, ed il passaggio di marinai tranesi per primi attraverso il canale di Suez fra tutti i naviganti del mondo, fanno ben chiara l’importanza della marina tranese.
Senza riandare ai tempi in cui Trani ospitava un centinaio di navigli della gloriosa Repubblica Veneta ed aveva al proprio dipartimento marittimo ben ottantaquattro velieri mercantili, oggi il suo porto continua a mantenere importanza, sia nei riguardi del movimento mercantile che peschereccio. Difatti nel periodo antebellico il porto di Trani ebbe in media un movimento annuale di carico e scarico per 90.000 tonnellate di merci diverse: vino, alcool, pietra, legnami, cereali, coloniali, tessuti, carboni, con l’approdo, in un anno solo, di circa trecento velieri da tonnellate 450 diretti per lo più all’estero, 200 piroscafi di diverse società di navigazione, e circa 170 barche mercantili della portata di 70-80 tonnellate per il servizio costiero e garganico.
Il porto di Trani, per la sua posizione geografica ed in virtù dei venti che predominano nella maggior parte dell’anno è base di operazione della pesca nel basso Adriatico, permettendo i venti l’uscita delle paranze dal porto a mezzanotte e il ritorno in porto nelle ore pomeridiane dopo la pesca.
Nel periodo da aprile a settembre il porto è gremito di paranze fino al punto di ingombrarne l’entrata, con pericolo della navigazione, giacchè, alzandosi qualche burrasca e presentandosi al porto un veliero mercantile, si potrebbe verificare una collisione.
Le condizioni del nostro porto, specie nei riguardi della risacca, determinarono, negli scorsi anni, naufragi avvenuti all’imboccatura sulla scogliera di Santa Lucia con perdita dell’intero equipaggio.
Il Porto di Trani che una volta aveva una profondità naturale di circa sei metri, oggi per l’interrimento causato dalle correnti dell’Ofanto è ridotto a metri quattro e cinquanta circa.
Le industrie di Trani sono state inceppate, dopo la guerra mondiale, dalle scarse comunicazioni marittime.
A Trani abbiamo un Oleificio al solfuro, alcuni pastifici e molini, segherie di legnami, fabbriche di mobilio e di sedie, saponerie e parecchi stabilimenti vinicoli. Il sottosuolo è ricco di eccellente pietra, di cui si fa esportazione sino nelle lontane americhe.
Per far risultare l’importanza del nostro scalo marittimo, si rammenta che i porti di Malta ed Alessandria d’Egitto-Suez, furono costruiti con la pietra di Trani, mediante imbarco dal nostro porto del materiale occorso; così pure il Palazzo della Regia Ambasciata Italiana a Costantinopoli, i palazzi reali di Corfù e di Cettigne ed il gran bacino di carenaggio di Taranto.
Fra Trani e gli Stati della costa orientale adriatica vi sono ottimi rapporti commerciali essendo il nostro porto in corrispondenza con quasi tutti gli altri della costa Dalmata-Albanese, per scambio di carbone, legna, pali per viti, bestiame, legname, sanse vergini ecc.
Trani fa voti che la diga di maestro del nostro porto sia prolungata a metri 500 circa in modo che formi un avamporto a semicerchio, che oltre a liberare il porto dai venti di maestro, lo protegga anche da quelli di greco e greco levante”
La relazione illustra chiaramente la vocazione marinara della città e di come l’industria marittima e peschereccia assorbisse buona parte della cittadinanza e di come l’intera zona portuale e gli adiacenti quartieri di Ognissanti, Santa Teresa, Sant’Anna, la Conca, quest’ultimo oggi scomparso, fossero abitati da gente di mare.
La memoria dei marinai dà particolare rilievo al “vento di mezzanotte”, atteso da aprile a settembre per spingere le paranze al largo. È un’immagine dell’esperienza di pesca, non una previsione meteorologica regolare.
Considerato il numero delle paranze presenti all’epoca nel porto, secondo la stima tramandata 1600–1800 paranzari, poco prima della mezzanotte scendevano dai vicoli per l’imbarco, alla luce delle lanterne o al rischiaro della luna, con la boccetta dell’olio santo, un pò di pesce secco, e una cipolla da strizzare sul pane raffermo insaporito in acqua di mare, in attesa che si compisse la giornata e gli scogli di Santa Lucia fossero benigni. Sono abitudini alimentari storiche, non indicazioni sull’impiego dell’acqua di mare per preparare cibi.
Solo allora i lumini a olio posti sulle finestre si riaccendevano e la città, magicamente, tornava a vivere.
La Porta di Mare
La scena seguente ricostruisce per immagini la vita del porto in epoche diverse, senza fissarla in un solo momento storico.
Le sentinelle a guardia dell’antica torre bizantina posta a scirocco a guardia del porto, all’alba segnalavano il rientro delle paranze di mare largo che rientravano carichi di mercanzie.
Da vico della Giudea, Via del Leone, Via Stregatizze, Vico La Galera, Caccianferno, Corte Canina, Portanova, La Spina, Madonna dei Sette Dolori, mercanti, scrivani, legulei, preti, guardie, marrani e giudei si avviavano sulle banchine del porto in attesa di poter esaminare i carichi.
Le paranze entravano in porto con le vele spiegate e riducendo la velatura quando già l’ancora calava sfruttavano l’abbrivio per accostare poco sotto la dogana .
Non tutti tornavano, diversi erano stati catturati dai temibili pirati ottomani ed allora bisognava pagare un riscatto a Costantinopoli per poterli fare tornare. Altri avevano trovato sepoltura nelle acque di Cipro, o di Salonicco.
Oltre alla mercanzia venivano scaricati gli schiavi fatti nel levante e molte volte la mercanzia era costituita da un carico di reliquie depredato in terrasanta. Nonostante il Concilio Laterano IV del 1215 ne avesse proibito il commercio, "Molte reliquie furono trasportate dall'Oriente in Occidente, ma non di rado furbi e avidi commercianti gabellarono come reliquie autentiche dei martiri e dei santi, resti di corpi sconosciuti ed oggetti raccolti a caso e venduti con incredibile impudenza. Agli abusi di simile commercio tentarono invano di rimediare i Concili di Poitiers e di [nome non leggibile: «Latrau»], oltre ad alcuni pontefici cominciando da Gregorio Magno."
Tuttavia si continuava a contrabbandare tale merce sempre molto richiesta, specie dai mercanti .
Non tutte le paranze entravano in porto, molte scaricavano le loro mercanzie direttamente nei fondaci del Castello approdando dal lato della Porta di Mare.
La ricostruzione la colloca a tramontana del Castello, poco sotto il livello del mare, con accesso per le paranze a timone sollevato: quote, fasi edilizie e modalità di approdo richiedono un riscontro archeologico. L’ansa posta a ridosso della Porta di Mare era a forma di semicerchio con fondo scoglioso buon tenitore di ancora protetto dai venti di scirocco.
Il piccolo armatore di Trani
Intervista di Giovanni Mosca 1950, da "Il Re in un angolo" (Colloqui a Cascais), riportata sul Corriere della Sera-
L'atlantico è in tempesta. Da stanotte si avventa senza un attimo di tregua contro la scogliera che protegge la dimora dell'esule. L'onda, respinta, torna indietro, e con fragore di tuono si scontra con la sopravveniente, levandosi come una parete liquida a 20 metri d'altezza; poi ricade scrosciando e imbiancando di spuma le cupe acque per un gran raggio intorno
La piccola finestra del salotto nel quale mi trovo in attesa dell'ospite dà l'idea di un oblò; ogni tanto la luce dei lampi rompe il buio di questa mattina che non ha visto sorgere il sole. Qui dentro si sta bene, come in una grande, sicura nave.
Osservo un ritratto appeso alla parete, un bellissimo profilo della regina Margherita tracciato di getto con una linea unica e leggera su un cartone che il tempo ha lievemente ingiallito, e tutt'intorno gli fa da cornice un irregolare segno scuro simile alla traccia che l'onda, ritirandosi dalla spiaggia, lascia per un attimo sulla sabbia. Accanto, un Vittorio Emanuele II vestito da cacciatore, fiduciosamente addormentato sull'erba sotto un romantico cielo turchino con una bella luna risplendente nel mezzo. Lo veglia un suo fedele, il cappellaccio e la barba irsuta che pare un brigante, e in una mano lo schioppo, ma con l'altra gli ripara gli occhi dai raggi lunari.
Poi un vecchio Garibaldi seduto su una panca , e vicino un Giuseppe Mazzini, un Giuseppe Mazzini che il re non ha epurato. E anch'essi quel segno scuro, come li avesse corrosi l'acqua marina.
"Vuol sapere la storia di questi quadri?", dice sorridendo il re. "la storia di questo profilo della regina margherita, di questo Vittorio Emanuele addormentato sull'erba? E degli altri quadri, e di tutte le miniature, le stampe, le statue che ha visto in casa mia? Torino al tempo dell'assedio francese, Vittorio Amedeo II incoronato a Palermo Re di Sicilia, questa miniatura di Carlo Felice, questa antichissima Croce di Savoia?, d'argento in campo rosso, ricamata nel 1310, al tempo di Amedeo V? Vuol sapere la storia di questi quadri corrosi in parte dall'acqua di mare?".
Umberto s'è animato, parla in fretta, quasi volesse dirmi nello stesso momento il principio e la fine della curiosa storia che ha preso a narrarmi.
"Tutto quello che lei vede qui intorno", prosegue, " era a Napoli, nella villa Maria Pia. Pochi giorni prima che arrivassero i tedeschi, vi furono delle “anime fedeli " ( e qui mi dice alcuni nomi ch'io mi guardo bene , naturalmente dal sottoporre all'attenzione della repubblica) ,le quali pensando forse che per i Savoia sarebbero venuti tempi assai più tristi, misero in salvo quanto più di cose poterono. Vennero i tedeschi e trovarono vuota Villa Maria Pia. Partiti i tedeschi quelle anime fedeli continuarono a tener nascosto il tesoro anche agli italiani, sino a quando partii io per l'esilio, non giudicarono venuto il tempo per riconsegnarmelo. Ma occorreva una nave. Allora si rivolsero a un'altra anima fedele, un piccolo armatore di Trani, che una notte caricò il tesoro su uno dei suoi velieri e coraggiosamente, con un pugno di marinai che seppero custodire il segreto, affrontò il viaggio da Trani a Lisbona. la tempesta non li risparmiò, l'acqua penetrò nelle casse ove erano custoditi quadri, molti ne rovinò completamente, altri, come questi che lei vede, guastò soltanto in parte.
" Una mattina, mentre sono nel mio studio, m'avvertono che un pescatore italiano desidera di vedermi. Discendo, il pescatore è il piccolo armatore di Trani che con rispettosa semplicità mi si presenta e, dettomi:"Maestà, c'è nel porto qualcosa per lei", m'invita a seguirlo. Questo qualche cosa era una fila di cento casse contenenti tutto quel che può sognare un uomo che abbia dovuto abbandonare il proprio paese senza portarsi dietro un pacchetto. Non mi fu possibile far accettare a quegli uomini altro segno di gratitudine che la mia fotografia firmata.. Partendo mi dissero: " Maestà, quando sarà venuto il giorno del ritorno, non ci vorrà fare il torto di non chiamarci. La nave è a sua disposizione. Tiene magnificamente il mare". E sino a che fummo reciprocamente in vista, continuammo a salutarci". Un breve silenzio. Poi "Ecco la ragione del segno scuro intorno al viso della regina Margherita e del principe che mi somiglia. Ma vede? Non li ha toccati , sono salvi. Il mare non ne ha cancellate le immagini. Così come, almeno per questa volta , non cancellerà me. Guardi".
Le cande du mare
(Francesco Ferrara)
Già sponde da Chelonne u saule,e u mare
Candanne doeice: “ ssbìegghiete o marnare
Assuogghie la varchette,mitte vaele,
ve a Mmonde e ppische sott’a ssan Micaele
ca la tiedde a ccaste face u vugghie
e aspètte u pesce friscche de la mugghie
E ccande u mare ddoeice a le mmenènne:
“ E’ nnutele pe stu calde a sceoci cherrènne;
levàteve da nguodde vèste e ggiacche,
menìteve a ddefrescchè a la baracche,
ca stanne le nennille ad aspettarve
quann’assoeìte frèscche pe vvasarve
E ccande u mare e ddoeice “ O Leune,leune,
annargendarme viene la fferteune;
iae mezzanotte, l’arie stè nzeraene
e ppè ccandè t’aspèttene le Sseraene;
iae mezzanotte e ddormene le ggaddoeine,
t’aspèttene p’ aballè le galeffoine”
E ccande e ccande u mare e ddoeice o Viende:
“Avaste stu Garboeine,abbache,abbiende,
na mme fè gnotte sta paranze
ca porte a bburde tutte le speranze
de sae famigghie,ca scetanne larme,
chiamene aiute da la Madonne du Carme”
Proverbi marinari tranesi
Gaggiano indo o’ puorte
mare a c’itemmuorte
Launa all’ampiede
marenare chercate
Launa chercate
marenare all’ampiede
Scirocco mattniere
Marenaro cu’ pansiere
Dentro l’argomento
Approfondimenti
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