Sapori e cultura materiale · Sapori e Moscato di Trani
Il Moscato di Trani: storia, DOC e abbinamenti
Il vino aromatico tranese fra commerci del porto, testimonianze storiche, caratteristiche delle due tipologie e abbinamenti con dolci e sapori salati.
Il Moscato di Trani lega il nome della città alla tradizione vinicola e ai commerci del porto. Dolce e aromatico, è descritto nel contributo originario di Michele Iurlaro soprattutto attraverso il rapporto con la pasticceria. La DOC, riconosciuta con DPR dell’11 settembre 1974, identifica un vino preciso, da distinguere dai molti prodotti che nella storia partirono da queste banchine.
Il nome, il porto e la vite
L’antichità dei commerci vinicoli sulla costa orientale pugliese è talvolta ricondotta ai contatti con i mercanti fenici; questo richiamo non documenta, da solo, la nascita del Moscato di Trani. Anche l’origine orientale mediterranea attribuita al Moscato bianco appartiene al quadro più ampio della storia dei vitigni.
Una traccia della circolazione dei vini sopravvive nelle osterie milanesi chiamate “trani”: nel dialetto milanese “un trani” indicava un’osteria, con un’allusione al porto pugliese da cui si esportavano vini sfusi. Non tutti quei vini erano identificabili con l’attuale DOC.
Sul margine occidentale del porto, la Cattedrale con il suo alto campanile richiama la città medievale: il cantiere della chiesa, avviato nel 1099 e proseguito nel XII secolo, e il campanile iniziato nel XIII appartengono al contesto monumentale nel quale si svilupparono quei traffici.
I commerci e la testimonianza di Alberti
La ricostruzione locale tramanda che i Veneziani commerciassero questo vino negli anni intorno al Mille e avessero concluso un accordo con la “Dogana di Trane”. Attribuisce inoltre al personaggio indicato come “conte di Trani, Roberto d’Angiò”, nel XIV secolo, un limite alle esportazioni del vino di qualità dai porti del Regno di Napoli, che avrebbe provocato il malumore dei mercanti veneziani. L’accordo, l’identificazione e la qualifica del personaggio e la cronologia del provvedimento richiedono riscontro documentario: non vanno assunti come una storia già accertata dell’attuale denominazione.
Nel Cinquecento Fra’ Leandro Alberti, autore della Descrittione dell’Italia, ne avrebbe apprezzato la bontà con le parole tramandate dalla stessa ricostruzione:
tanto eccellente ch’è cosa molto delicata da gustare
La denominazione dal 1974
La DOC comprende il dolce naturale e il liquoroso. Il riconoscimento del 1974 riguarda una produzione delimitata e regolata: l’articolo 3 del disciplinare individua territori e confini puntuali, non semplicemente un insieme di comuni limitrofi.
Le uve e il territorio
La base è il Moscato bianco, chiamato localmente anche Moscato reale o Moscato di Trani, in misura almeno pari all’85%. Possono concorrere fino al 15% altre uve bianche con aroma Moscato, provenienti da vitigni idonei alla coltivazione per la provincia di Bari: non basta che un altro vitigno sia genericamente a bacca bianca.
La zona comprende Trani e territori del nord Barese e della Murgia settentrionale, estendendosi verso l’Ofanto. I riferimenti storici a Cerignola, Trinitapoli e alle province di Bari e Foggia non sostituiscono la delimitazione analitica dell’articolo 3 e non bastano a identificare una vigna ammessa. Sono idonei terreni tufaceo-marnosi, calcareo-argillosi o calcareo-silicei, anche profondi ma asciutti; sono esclusi quelli prevalentemente argillosi o alluvionali con elevato contenuto idrico.
La resa massima ordinaria è di 12 tonnellate d’uva per ettaro, equivalenti a 120 quintali; la resa massima dell’uva in vino è il 65%. In Puglia viene coltivato anche il Moscatello selvatico: è ricordato insieme al Moscato bianco per filtrati dolci e vini dolci o liquorosi, ma non va confuso con la base obbligatoria della DOC.
Dolce naturale e liquoroso
- Dolce naturale: giallo dorato, profumo intenso e caratteristico, sapore dolce e vellutato; titolo alcolometrico volumico totale minimo 12,5% vol, di cui almeno 2% vol da svolgere. Acidità totale minima 4,5 g/l ed estratto non riduttore minimo 22 g/l.
- Liquoroso: dal giallo dorato all’ambrato, dolce, vellutato e caldo; titolo totale minimo 18% vol, effettivo minimo 16% vol e almeno 2% vol da svolgere. Acidità totale minima 4 g/l ed estratto non riduttore minimo 20 g/l.
Il titolo totale comprende anche l’alcol potenziale degli zuccheri residui e non coincide automaticamente con quello effettivo. Il valore 12,5% del dolce naturale è un minimo: il passo del disciplinare qui richiamato non fissa un massimo del 15%. Per il liquoroso sono ammesse pratiche specifiche, fra cui l’aggiunta di alcol vinico; per il dolce naturale sono escluse la correzione con concentrato e la concentrazione del vino, mentre è consentito un leggero appassimento delle uve sulla pianta o su stuoie.
Il dolce naturale può essere commercializzato dal 1° marzo dell’anno successivo alla vendemmia, il liquoroso dal 1° novembre. Questi termini sono più precisi delle formule generiche “cinque mesi” e “un anno”. Il disciplinare non consente qualificazioni aggiuntive come “superiore” o “riserva”.
La notizia locale che indicava la cessazione della produzione del liquoroso dal 2005 non è stata verificata e non equivale all’abolizione della tipologia, prevista dal disciplinare. Non permette quindi di stabilire quali produttori la propongano attualmente.
Una fotografia storica della produzione
La scheda di Michele Iurlaro registrava 18 produttori, 22,14 ettari iscritti, 1.151 ettolitri massimi producibili e 277,49 ettolitri prodotti. Ricordava inoltre il Consorzio di Tutela del Vino Moscato di Trani, costituito nel 1986, con 26 associati al 30 settembre 1989. La serie produttiva non ha un anno di riferimento univoco; la data degli associati non va estesa automaticamente a tutti i numeri. Questi dati descrivono una fase del passato, non l’offerta, la struttura produttiva o le responsabilità di controllo attuali.
Caratteristiche e abbinamenti
La descrizione di degustazione tramandata parla anche di colore “giallo fieno” e brillantezza, di profumo caratteristico del Moscato unito al fruttato e, dove si impiegano botti di legno, allo speziato. Il sapore è descritto come dolce, caldo, non aggressivo e complesso per l’evoluzione dei componenti durante l’affinamento: una lettura degustativa, da non sovrapporre automaticamente alle caratteristiche di ogni bottiglia.
Fra gli abbinamenti suggeriti figurano pasticceria secca, soprattutto di mandorle, dolci delicati, torte con creme intense, all’uovo o al cioccolato, cannoli alla crema e macedonie di frutta. Le ricette dei dolci tradizionali permettono di confrontare mandorle, spezie e vincotto con il carattere del vino. La proposta di servizio tramandata è un bicchiere da dessert a 10–12 °C.
La memoria gastronomica suggerisce anche tartine salate e formaggi profumati e saporiti, ma non piccanti. Tipologia e caratteristiche della singola bottiglia aiutano a scegliere l’abbinamento: sono indicazioni di gusto, non regole assolute.
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