Documento e ricerca · Dalle origini al Medioevo
La terra rossa
Allora il mare profumava, specie quando la marea lasciava scoperte le alghe che crescevano lungo la banchina.
Le case e il lavoro sul porto
Ricordo le case abbarbicate sul Porto, con quel rione di Rampa La Conca ove si annidavano gli ultimi rottami del mare, uomini che erano naufragati senza mai partire, dove vedevi i piccoli muratori di otto, nove anni, con il loro tufo in spalla di quindici, venti, venticinque chili, arrampicarsi lungo le impalcature tenute da assi traballanti con pochi chiodi arrugginiti, salire, salire, sino a quei tetti malfermi, e subito tornare giù con una mastella di calcinacci, quasi scivolando lungo le antenne come ragni, per poi risalire con un nuovo tufo, sino al calare della luce. Al tramonto da quelle aperture cui giungeva un odore nauseabondo di miseria e delitti, appariva un lumicino che galleggiava su di un filo di olio rancido fritto e rifritto che esalava il suo ultimo respiro poggiato su quattro dita di acqua nella mezza bottiglia tagliata.
Lentamente il tempo ha sbiadito il colore rosso cupo delle chianche, che la bauxite, ammassata sul molo di Santa Lucia, tingeva con il suo colore, contrapponendosi all’azzurro di un mare indifferente alla sorte della terra, anzi sembrava che tra i due ci fosse una sorta di rancore, come se uno avesse tolto qualcosa all’altro.
Allora il mare profumava, specie quando la marea lasciava scoperte le alghe che crescevano lungo la banchina, la sera quando vi era la Luna piena ti giungeva il gorgoglio dei granchi in amore. Nel porto non vi erano né barche né pescherecci, la guerra se li era portati tutti via, solo un vecchio accordatore di pianoforte con il suo retino raschiava la superficie dello scoglio in cerca di qualche granchio o di un improbabile gamberetto per la sua magra cena.
Ogni tanto giungeva dalla Jugoslavia un bastimento con un carico di tronchi. In quei giorni il Porto si animava, o meglio ancora, lo spazio intorno alla banchina di Santa Lucia acquistava vita: tra i giovani scaricatori si creava un momento di ebbrezza, come gatti in amore saltavano sui tronchi, fissavano i paranchi, issavano i carichi, saltellavano da una stiva all’altra. Erano giovani, robusti, ossuti, con il corpo bruciato dal sole, lavoravano a piedi nudi, a torace scoperto, solo sul capo portavano un vecchio giornale unto, accartocciato a mò di cappello, e per il loro fisico avevano assunto il soprannome dell’attore del momento, quando il cinema era fatto di avventure che ti facevano sognare, Alan Ladd, Burt Lancaster, Tony Curtis, Tarzan. Poi il bastimento partiva e sulla banchina tornava un assordante silenzio fatto di miseria e fame.
La bauxite e il paesaggio quotidiano
Allora l’illuminazione pubblica era fioca e rarefatta ed i rumori della notte ti giungevano tutti e tu li sapevi riconoscere dai loro suoni. Ogni tanto qualche rumore veniva meno: era il progresso dicevano. Nel Porto è sparita la vecchia gru a manovella, la vecchia fontana dell’Acquedotto Pugliese, con il gocciolio della sua acqua nella bacinella a segnare il tempo come clessidra, e poi lentamente i bambini, da quelli più aristocratici che frequentavano l’Istituto delle Angeliche, a quelli più popolari della Casa del Fanciullo, amati solo da Don Raffaele Sarno, o quello sciame di bambini che da Vico della Giudea, da Santa Teresa, da Cacciainferno, scendevano giù verso il Porto per tuffarsi nelle sue limpide acque dalla vecchia gru di ferro. Di tanto in tanto arrivava il vecchio vapore che trasportava la bauxite a Trieste.
La bauxite vista dall’alto del fortino di Sant’ Antuono, era come una ferita al cuore della città, arrossava la Torre di Santa Lucia, il vecchio Palazzo Caccetta, Palazzo Gadaleta e poi saliva su inerpicandosi lungo i fianchi del campanile della Cattedrale; anche gli uomini, le donne, i bambini erano impregnati di quel colore rosso che non ti lasciava mai, lo ritrovavi tra le sudice lenzuola, sulla tovaglia, sui bicchieri, tra i capelli, sulla pelle. Tutto assumeva quel colore che non era un rosso vivo, allegro, felice, ma un rosso cupo, triste, un presagio di morte. I rivoli portati dalla pioggia tingevano di rosso il mare, con gli uomini seminudi, arsi dal sole, le mutande arrotolate, con le mastelle in spalla che, come in processione, recitavano la liturgia della miseria e del dolore, versando quella terra fatta di fuoco nel buio ventre di un vecchio bastimento, come ad alimentare un Moloch dalla fame inestinguibile, mentre altri uomini nel buio della stiva, come in una bolgia infernale che ricordava un Canto della Divina Commedia, spalavano per l’eternità quel fuoco rosso per ripianare il carico.
Nonostante fossero poveri avevano avuto l’arroganza e l’ardire di venire al mondo, ignorando che niente poteva loro mai appartenere, né tanto meno quella loro stupida vita: per questo erano stati chiusi in quella stiva a spalare una terra sterile che non apparteneva loro, che non produceva frutti, nemmeno il più pericoloso e letale di tutti, quale fu il frutto proibito, che per un attimo fece provare ai nostri progenitori la pericolosa e terribile ebbrezza della libertà.
Era un tempo in cui gli uomini allevati nella fede accettavano senza rimostranze il loro stato di servitù in cui la Provvidenza s’era compiaciuta di farli nascere. La loro unica consolazione che forse erano gli ultimi eredi del mondo e quando vedevano un moccioso lo odiavano perché erano costretti a dividere la fame e la miseria con il nuovo intruso. Al calare del sole nei sudici locali della cooperativa si dividevano in silenzio il magro guadagno, ma di quel poco ancora meno sarebbe giunto alle famiglie, prima c’era da soddisfare quella sete inestinguibile accumulata sotto il sole, e poi il bisogno di una carezza a pagamento in un lurido sottano tra il pianto dei bambini, e l’occhio dell’Addolorata posta sul comò. Quella stessa carezza, ricevuta in casa, sarebbe stata come ammettere la propria debolezza, ed i figli non avrebbero più rispettato i padri e, ancora peggio, forse avrebbero addirittura preteso di mangiare, loro, che erano solo il capriccio di un momento.
Il rosso della memoria
Ora, con la pioggia, il rosso della bauxite ricordava i fiumi di sangue che scendevano dalla Strada della Spina, dalla Strada Larga, dalla Strada della Giudea, dall’Arco del Priore, dalla Strada dell’Orologio, iniziava con piccoli rivoli lungo le scale delle povere case, o rigurgitava dai miseri sottani, si radunava nella sottostante piazzetta, raccogliendosi come per un ultimo abbraccio, quasi un addio, un ultimo saluto, una carezza mai data ai piccoli figli, prima di iniziare un lungo viaggio, forse l’unico della loro grama vita. Poi pian piano quel liquido maleodorante sporco di terra, quasi a voler cercare di dare una nuova vita ai corpi esausti dei vecchi marinai, si dirigeva verso le azzurre acque del Porto che si cangiavano in rosso, diluendo il dolore dell’umanità nell’indifferenza della natura. Allora sì che fummo felici, e mentre il nuovo giuda intascava i diecimila ducati d’oro, finalmente, ridendo come ebeti, tra le lacrime, gridammo ancora una volta, in una lingua che non ci apparteneva «libertè, egalitè, fraternitè».
Vittorio Tolomeo