Storia e documenti · Trani e il mare

L’Arsenale di Trani

Carte storiche, fonti d’archivio e trasformazioni del porto aiutano a localizzare e ricostruire l’antico Arsenale di Trani.

Disegno a penna a volo d'uccello di Trani murata, con porto, castello e annotazioni manoscritte numerate dei principali edifici

Le vedute della città e le fonti

La cartografia urbana della città di Trani è estremamente avara, e tralasciando per il momento i pregevoli lavori del Dott. Benedetto Ronchi “Indagine sullo sviluppo urbanistico di Trani dall’XI al XVIII secolo” edito da Schena Editore, e quello di Raffaele Colapietra “Profilo Storico Urbanistico di Trani dalle origini alla fine dell’ottocento” in Archivio Storico Pugliese, anno XXXIII (1980), per aversi una veduta prospettica della città di Trani occorre risalire al frate agostiniano Angelo Rocca che tra il settembre 1583 ed il giugno 1584 in occasione delle Sacre Visite compiute ai Conventi agostiniani con il Priore Generale dell’Ordine, Spirito Anguissola da Vicenza, raccolse allo scopo di redigere un Atlante, la cartografia illustrata assonometrica – vedutistica di molti piccoli e medi centri del sud Italia. Le carte furono redatte, su richiesta del Rocca, da frati disegnatori, o anonimi paesisti, ed alcune, come quelle di Trani, Gaeta, Sorrento, Salerno, Benevento, Foggia, Otranto, Squillace, Marsala, Taormina, sono le più antiche vedute sinora conosciute. Angelo Rocca, appassionato bibliofilo seppe creare anche una notevole biblioteca presso il convento di Sant’Agostino in Roma, e proprio in questa Biblioteca, una delle più belle ed importanti d’Italia, che da Lui prese il nome di “Angelica”, si trovarono gli originali di queste vedute.

Da queste vedute attingeranno gli artisti sei- settecenteschi per la raccolta dei nuovi atlanti di città, ad iniziare da Padre Coronelli e dall’Abate Pacichelli, cui dobbiamo la veduta prospettica della città di Trani, riportata nell’opera “Il Regno di Napoli in prospettiva” edita in Napoli con i tipi del Parrino, nel 1703. In un suo studio il Beltrani, ci segnala che la pianta del Pacichelli ci pervenne grazie a Salvatore Di Giacomo, che tornato a Napoli in occasione di una sua venuta a Trani per incontrarsi con l’editore Valdemaro Vecchi, inviò al Sindaco dell’epoca il duca Carcano, il rame originale dell’opera. Precedente a questo rame esistono gli antichi disegni delle Mura di Trani nei manoscritti dell’Archivio degli Uffizi di Firenze, evidenziati da Mariano d’Ayala nell’Archivio Storico Italiano. Altre piante del Porto di Trani, ai tempi di Carlo III, dovevano esistere nell’Archivio di Stato di Napoli, e quella ai tempi di Pietro Priuoli nell’Archivio dei Frari a Venezia. Successive vedute riguardano i piani regolatori, ma in questo caso siamo già in epoca abbastanza moderna. Nel 1991 il Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali, con i tipi dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, a cura di Nicoletta Muratore e Paola Munafò, ha edito in una bella pubblicazione “Immagini di Città – Raccolte da un frate agostiniano alla fine del XVI secolo”, queste importanti vedute.

La Conca e l’ipotesi dell’arsenale

Nel 1503 a causa di una terribile pestilenza fu eretta nella nostra città la Chiesa di San Sebastiano, auspice il governatore veneto di Trani, Pietro Gradenigo. Nel 1533 il sacro edificio fu affidato ai Padri Agostiniani, che vi eressero l’attiguo monastero, assumendo la chiesa il nome di Sant’Agostino. Proprio questo monastero tra il settembre 1583 ed il giugno 1584 costituì oggetto delle Sacre Visite compiute ai Conventi agostiniani dal Priore Generale dell’Ordine, Spirito Anguissola da Vicenza. Nel 1841 Cesare Malpica, visitando Trani, guardando il Porto, si chiese dov’era l’Arsenale che ai tempi degli angioini forniva le galere alla flotta, e dove erano gli antichi legni che tanta ricchezza portavano dall’Oriente. La veduta prospettica della città di Trani della Biblioteca Angelica ci fornisce una importante annotazione per quanto concerne il nostro Arsenale Navale che viene collocato proprio sotto i Portici di Rampa la Conca, prospiciente la parte di mare compresa tra la Conca e Rampa La Conca, l’antico quartiere marinaro, che divenuto fatiscente, sarà abbattuto nel 1930 per far posto all’attuale banchina. Adiacente alla Conca, separata dall’alta Torre, tutt’oggi esistente e conglobata in una palazzina, è posto l’antico cantiere navale, proprio nel punto in cui il terreno degrada lentamente verso il mare. A questo scialo viene attribuita un’attività cantieristica risalente al VII secolo, una cronologia che resta da documentare. Lo scialo era chiuso da una piccola lingua di terra sulla quale successivamente sorgerà il quartiere di Rampa la Conca, adiacente a sua volta allo gialo grande dove sfociavano le acque del Torrente antico. Lo scalo era dominato dall’antico palazzo del conte Alberico da Barbiano, famoso capitano di ventura. In effetti quella serie di archi ben si prestano ad ospitare un Arsenale per la costruzione di barche anche per la loro posizione proprio a ridosso della città. Che nella zona degli Archi di Marchitello, ovvero degli Archi di Rampa la Conca ci sia stato un Arsenale, oltre alla veduta del padre Angelo Rocca, concorda anche l’antica toponomastica che ha denominato la strada antistante Strada della Galera. Del resto la luce degli archi è tale da consentire agevolmente la costruzione di imbarcazioni come i trabaccoli, pielaghi, braccere, peote, paranze, paranzelli, piccoli grippi.

Imbarcazioni, maestri d’ascia e rogiti

Queste denominazioni non corrispondono tutte a un unico piano costruttivo. La descrizione seguente si riferisce a un tipo di piccola imbarcazione, armata con vela latina e sei remi, e non a ogni trabaccolo, braccera o galea. Lo scafo dal fondo piatto e di poco pescaggio era facilmente tirato a secco, ed era poco più lungo di dieci metri, e largo alla sezione maestra circa 2,6 metri, con un’altezza media di 2 metri. Il caso di Simone Caccetta che nel 1456 fece costruire sulla darsena di Sant’Antuono una grande galea, non significa che in quel luogo vi fosse all’epoca un Arsenale, ma dalle dimensioni dell’imbarcazione che fu costruita dai maestri d’ascia tranesi, considerato che la stessa aveva una lunghezza di circa 50 metri, larga 7 con 26 banchi di rematori per lato, capace di 450 botti, ed armava due alberi a vela latina, si deve desumere che la scelta del luogo fu dettata proprio dalle dimensioni di questa galea, di notevoli dimensioni; non è invece dimostrato il suo primato tra le navi del Golfo di Venezia.

Anzi riteniamo che furono proprio le aumentate dimensioni delle navi che si varavano nei cantieri tranesi ad indurre il governatore veneziano Ser Petro de Priolis a costruire un nuovo arsenale navale nella zona adiacente al gialo grande tra il 1499 ed il 1501, complice anche l’esportazione di salnitro che dal Porto di Trani si faceva verso Venezia. E che Trani fosse un vivace ed attivo cantiere navale lo dimostrano gli antichi rogiti: un grippo della capacità di 5 carri con vela, ancora, ed altri oggetti di armamento si vendeva presso l’Arsenale di Trani nel 1541 a 18 ducati, mentre uno di due carra, sempre completo di armamento e remi veniva venduto a 17 ducati; un altro grippo ordinato dal mercante veneziano Giannetto de Francesco di sette carri fu pagato nel 1554 30 ducati e sei carlini. Il trasporto di una barca di legname dal Gargano a Trani veniva a costare nel 1542, 9 tarì e dieci grana. Prospicienti all’Arsenale furono i palazzi Palagano e De Cuneo, l’antica chiesa di San Nicola al Porto, mentre l’antica toponomastica con la Strada della Galera ricorda l’origine del sito. Il 6 luglio 1492 tra i Capitoli e Grazie chieste da Trani al Re del tempo, vi erano anche quelle relative ad una serie di agevolazioni per i Cantieri navali ove si concedeva il beneficio ai cittadini tranesi e agli immigrati ragusei, che lavoravano nell’Arsenale, di essere esonerati dalla terziaria del ferro e della pece per la costruzione dei navigli.

L’Arsenale di Trani oltre alla costruzione del naviglio provvedeva anche all’armamento come attestato dal Codice Diplomatico Barese per quanto concerne l’arte del funaio (zocarius) che attesta la presenza nel 1340 di “Angeli Rubei zucario de Trano”, e nel 1345 “Pascali dicto Crapullo zucario”.

Il riassetto del porto e il trasferimento del cantiere

Nel 1739, dal 7 al 10 marzo Trani fu visitata dal re Carlo III e dalla Regina Amalia, unitamente al Ministro Bernardo Tanucci, che nell’ambito di un piano di ammodernamento dei Porti del Regno, dispose il riassetto del porto di Trani con la costruzione della banchina. Nello stesso anno l’università tranese stanziava 1317 ducati annui per la sistemazione del Porto la cui spesa complessiva era prevista in 40 mila ducati. Tra l’altro proprio la bonifica della parte orientale del Porto con la creazione della nuova banchina di fronte al Carmine creava le premesse per una nuova espansione edilizia. Il primo ottobre 1742 l’università concedeva a Girolamo Palumbo un suolo edificatorio la cui fabbrica terminò il 1755. A questa prima costruzione seguirono i palazzi Antonacci e De Gennaro. Il 16 agosto 1771, per i disturbi che il Cantiere arrecava ai Palumbo e Antonacci (secondo un aneddoto, i piccoli figli avevano imparato a bestemmiare come vecchi marinai), dopo un’annosa causa, l’università tranese autorizzava la demolizione dell’antico Arsenale veneto ed il suo trasferimento nella rada di Sant’Antuono. Tuttavia chi costruì quella banchina non ebbe il coraggio di distruggere totalmente uno degli emblemi dell’antica Trani, e quasi a volerne perpetuare il ricordo lasciò intatta la parte prospettica della struttura che è rimasta incardinata nella banchina del Porto. In alcune pietre della banchina sono stati riconosciuti resti dell’antico arsenale: l’attribuzione richiede un riscontro topografico e archeologico. A Priuoli viene riferita la seguente iscrizione, giunta in una trascrizione lacunosa:

TANTIS OPERIS AUCTOREM SI..... R QUERAT PETRUM PRIOLUM HUIUS CIVITATIS GUBERN....... AT QUI MULTA POST INSIGNA OPERA HAC IN..... DITA ETIAM TE DIVUM MARCUMCETERORUM M.................. CAPUT APPONENDUM CURAAT

Marineria e privilegi

Alle vicende del 1799 vengono attribuite gravi perdite della marineria tranese. Le accuse di distruzioni e sottrazioni rivolte ai francesi e ai marinai baresi appartengono alla memoria conflittuale di quegli eventi e non consentono, senza riscontri, di quantificare l’intero naviglio perduto. Nonostante questo quando con decreto n.418 del 25 giugno 1816, i sindacati marittimi vennero divisi in tre classi, la prima a chi aveva oltre 800 iscritti alla gente di mare, la seconda da 400 a 800, e la terza per chi aveva meno di 400, a Trani fu attribuita la seconda classe: da 400 a 800 iscritti. Tra le più antiche tradizioni sui marinai tranesi è quella riferita al VII secolo in occasione del trasferimento da Brindisi a Trani delle reliquie di San Leucio. Nelle cronache di Brindisi i marinai e nocchieri tranesi sono definiti tra i migliori dell’Adriatico. Ancora nel 1063 i nostri Ordinamenta Maris qualificano i nostri Consoli del Mare come i “migliori in arte del mare” di tutto il Golfo Adriatico. Nel 1196, Lussignano re di Cipro concede il porto franco al naviglio tranese, nel 1272 i marinai tranesi vennero esonerati dal diritto di ancoraggio per tutti i porti della Puglia, nel 1278 viene ripristinata la chiusura del Porto con una catena, ma della storia della nostra marineria e del nostro porto avremo occasione di riparlarne in altra occasione. Nel Cinquecento da una relazione indirizzata al governo spagnolo si apprende:

Apulia Peucetia sive Bariana continet triginta sex castella frue loca cincta moenibus, civitates vero quatuor, quarum primaria est Barium, deinde Tranum, post Monopolis et luvenatia, reliqua oppida sunt, Polinianum, Mola, Morfitta (sive Malfetta, principatus titulo clarum) Vigiliae et Barulum. In terra de Bariana, Tranum oppidum, posse illum capacem esse centum navium.

La trascrizione latina conserva alcune lezioni incerte, da confrontare con la relazione originale.

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