Documento e ricerca · Trani: guida essenziale

Trani, epifania di luce tra cielo e mare

Distinta, luminosa, e bellissima, Trani vive la sua distinzione, luminosità e bellezza con la non chalance e la classe di una signora che sa di essere e non fa nulla.

Il mare e la tradizione marinara di Trani

Un ritratto storico-artistico di Margherita Pasquale: le immagini poetiche e le interpretazioni delle sculture mantengono la voce dell’autrice.

Una città di mare e di diritto

Distinta, luminosa, e bellissima, Trani vive la sua distinzione, luminosità e bellezza con la nonchalance e la classe di una signora che sa di essere e non fa nulla per apparire. Sorge, e mai il termine fu più opportuno, sulla costa adriatica della Puglia; è l’antica Turenum, dai leggendari natali diomedei, gastaldato longobardo, caposaldo bizantino, poi normanno, città fortificata con gli Svevi, e gli Aragonesi, e gli Asburgo, ambita dalla Serenissima, porto di intenso traffico – frequentato da mercanti genovesi, pisani, fiorentini, veneziani, amalfitani, ravellesi – sede di antica diocesi; ha vissuto le vicende della Puglia conservando intatta la sua alterezza, magnifico connubio di cultura superiore e raffinatezza estetica.

Nota per la sua pietra, non meno che per il suo moscato, è tuttavia la sua vocazione marinara e giuridica a trovare precoce conferma negli Ordinamenta Maris, antica codificazione di diritti consuetudinari marittimi, tradizionalmente datata al 1063; dal XVI alla fine del XVIII secolo fu sede della Sacra Regia Udienza della Provincia di Terra di Bari e, nel XIX, della Gran Corte Civile di Terra di Bari e d’Otranto, poi Corte di Appello delle Puglie. Il suo fervore culturale avrebbe prodotto, nel Seicento, l’Accademia dei Pellegrini, nell’Ottocento la prima rivista di lettere, storia e arte della Puglia, la Rassegna Pugliese, per i tipi dell’insigne Valdemaro Vecchi.

Il centro storico di Trani, nitido e vitale, dove la chiara pietra del luogo si dispiega con larghezza nei basolati e riveste imparzialmente i prospetti, è punteggiato da preziose emergenze: valgono per tutte l’abbazia benedettina, poi insediamento francescano, della SS. Trinità, con tre cupole in asse che ne scandiscono la navata, la chiesa di Ognissanti, tradizionalmente detta dei Templari, che ombreggia con un portico la facciata e ostenta al sole le ornatissime absidi sull’arco del porto, le sinagoghe dell’antica Giudecca; l’intrico delle pittoresche viuzze medievali accorda la limpida stesura dei palazzi nobiliari agli inserti solenni e fastosi dei complessi rinascimentali e barocchi. L’intera, ordinata compagine cittadina, fasciata da una verde cintura di ville suburbane, è conclusa a sud dalle ritmiche arcate del monastero medievale di Santa Maria di Colonna, adagiato su una sottile lingua di terra, protesa al mare.

La Cattedrale, tra materia e luce

Dal canto opposto dello skyline, la cattedrale, tra le più maestose della Puglia romanica, intitolata a San Nicola Pellegrino, la cui costruzione fu avviata nel 1099, si innalza su una breve penisola che sembra porgerla con inattesa delicatezza ad un sfondo di azzurri marini e celesti, come una candida colomba, o un gabbiano fermo un attimo a riposare. Punto di richiamo impareggiabile sul filo dell’orizzonte, si pone al centro ideale di un cerchio che coinvolge mare e terraferma, a segnalare quanto l’uno e l’altra formino un insieme compatto di cui si sostanzia la realtà cittadina; la superba successione di curve delle altissime absidi risolve in grazia ed armoniosa leggerezza ogni romanica gravità; perfino la cripta, che accoglie il corpo del Santo, sostiene le crociere della volta insolitamente alta, con una mirabile selva di slanciate colonne di marmo greco.

Tutta la splendida mole ha un doppio livello, una chiesa inferiore, dedicata a Santa Maria, che ha conservato il nome della precedente chiesa, ed una superiore, di altezza innovativa, invasa dalla luce: vasta basilica a matronei, a tre navate, con copertura a capriate nella nave centrale – già pavimentata a mosaico, come attestano le tracce nel presbiterio - e a crociere nelle laterali, ed ampi archi lunati su colonne binate, quale ulteriore, insolita e suggestiva soluzione. La levigata facciata di pietra della cattedrale, affiancata all’elevatissimo campanile – impostato su un’arcata, opera egregia di Nicolaus, sacerdos et magister – chiara nella luce e pronta ad assorbirne e rimandarne tutti i riflessi, ribadisce all’esterno il duplice livello dell’interno: una doppia scalea conduce al portale magnifico, scolpito dai tranesi Bernardo ed Eustasio negli ultimi decenni del XII secolo, fatto per accogliere le mirabili valve della porta di Barisano da Trani, restaurata e custodita all’interno della chiesa.

Entrambi frutto di una cultura variegata e composita, che attinge a repertori figurativi di tradizione bizantina, islamica e oltrealpina, entrambi in dialettico rapporto, portale e porta costituiscono una mirabile sintesi della storia della salvezza, rammentata negli stipiti dall’antica e nuova Alleanza e conclusa con l’apoteosi dell’atteso Verbo incarnato nelle formelle della porta di bronzo.

Il Castello e le sue trasformazioni

Al margine opposto dell’incantevole piazza aperta sul mare, una lieve insenatura accoglie, sul limitare della battigia, il Castello Svevo, protetto dai bassi fondali; al di là del parapetto che delimita il profondo fossato interrato, il Castello emerge come un cristallino gioco d’incastri di elementi geometrici e puri, disegnati dalla luce. Il suo aspetto attuale è il risultato delle vicende costruttive che lo hanno coinvolto nel lungo corso della sua storia e che sono riassumibili in tre momenti basilari: l’impaginazione medievale, l’adeguamento cinquecentesco alle mutate esigenze balistiche dettate dall’impiego delle armi da fuoco, il consistente rimaneggiamento che ne precedette la destinazione ottocentesca a Carcere Centrale Provinciale; il restauro consente la simultanea lettura delle sue tre facies fondamentali.

Tra i più importanti e meglio conservati tra i molti fatti erigere dall’imperatore Federico II, nell’ambito del programma di fortificazione del suo prediletto regnum meridionale, il castello di Trani risponde alla diffusa tipologia federiciana, in cui, all’essenziale tracciato dei castra romani, si associano le più sofisticate soluzioni adottate nelle fortificazioni crociate di Terrasanta: impianto quadrangolare, andamento concentrico delle cortine, difese intensificate in corrispondenza degli ingressi originari, vibrante bugnato a conci sbozzati di rivestimento a torri e cortine.

Cinto da un antemurale che ne ribadisce il perimetro e determina tre cortili minori oltre quello centrale, si erge a margine della città, posizione che lo garantiva da eventuali subbugli cittadini, ne semplificava i rifornimenti da mare, ne sottolineava l’autorevolezza e consentiva alle altissime torri di sorvegliare sia l’ingresso del porto che le vie di accesso dall’entroterra, complanari dell’Appia Traiana. Ad una delle due torri sul mare, nel 1240, Federico II ordinò che fosse impiccato, a vista delle navi veneziane che avevano danneggiato le coste pugliesi, Pietro Tiepolo, podestà di Milano e figlio del doge di Venezia, catturato durante la battaglia di Cortenuova.

Nelle sue sale, nel 1259, Manfredi condusse sposa Elena d’Epiro e, nel 1266, dopo la sconfitta e la morte di Manfredi a Benevento, l’infelice regina fu tradita e consegnata con i suoi figli ai messi di Carlo I d’Angiò; in una segreta del castello languì prigioniera, dal 1268 al 1279, Syfridina, contessa di Caserta, rea di aver favorito la discesa in Italia di Corradino di Svevia e, fallito tragicamente il tentativo di rivalsa della casa Sveva, taciuto fino alla fine i nomi dei congiurati.

Le sculture e l’interpretazione iconologica

Nel cortile centrale, ai lati del portale che immetteva nel salone di rappresentanza del Castello dove la giustizia imperiale veniva amministrata, tre mensole figurate presentano, inaspettati in un edificio militare, il Peccato Originale e l’Annunciazione, nell’interpretazione dell’autrice un autentico proclama in un ambiente, come quello tranese, caratterizzato da una forte presenza giudaica, laddove Federico, dettando il tema per le sculture del suo castello, si pone quale giudice imparziale per i sudditi di qualsiasi credo, ispirandosi al principio della Concordanza del Vecchio e del Nuovo Testamento. Di Margherita Pasquale

Bibliografia e crediti

Firma presente alla fine del testo; mantenuta anche nel corpo.

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