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Le sepolture di Capo Colonna: dati e interpretazioni

Le tombe dell’età del Ferro e il dibattito sui rituali funerari, distinguendo la ricerca archeologica dal racconto dei “vampiri”.

Incisione di chiesa con campanile

Le sepolture rinvenute a Capo Colonna hanno suscitato interpretazioni legate a pratiche funerarie inconsuete. Posizione dei corpi e presenza di pietre hanno alimentato anche il racconto dei “vampiri”: è una formula divulgativa, non l’identificazione archeologica di esseri soprannaturali.

Che cosa è documentato, che cosa è interpretato

Lo studio di Sandro Sublimi Saponetti, Fabio Scattarella, Amelia De Lucia e Vito Scattarella, pubblicato nel 2007 su Collegium Antropologicum, esamina resti provenienti da due tombe della prima età del Ferro. L’abstract descrive, in un uomo adulto, una lesione vertebrale interpretata come traumatica, probabilmente dovuta a una caduta dall’alto, e non al processo infettivo inizialmente considerato. È un risultato successivo al racconto giornalistico del 2002: il riferimento di quest’ultimo all’assenza di segni traumatici non rappresenta quindi l’esito finale dell’indagine. Le ipotesi sulle patologie elencate nell’articolo non vanno lette come diagnosi accertate per tutti i defunti.

“Necrofobico” descrive qui un’interpretazione del trattamento dei morti, non una conclusione che possa essere tratta soltanto dall’aspetto di una tomba. Il testo di Giacomo Annibaldis riportato di seguito risale al 2002: va letto nel contesto delle conoscenze e delle ipotesi allora divulgate, non come resoconto definitivo della ricerca successiva.

Il racconto di Giacomo Annibaldis del 2002

«Vampiri» a Trani. Metti un masso sul morto iapigio

Giacomo Annibaldis, Gazzetta del Mezzogiorno, 3 marzo 2002.

Due tombe, per quattro defunti: furono inumati senza onoranze funebri e in posizione prona, con un macigno addosso. L’inquietante ipotesi degli antropologi: erano reietti che non dovevano assolutamente tornare tra i vivi.

"Vampiri" nell’antica Trani. E ciò che hanno sospettato archeologi e antropologi di fronte alle due sconcertanti tombe iapigie emerse a Capo Colonna. Qui qualcosa di unico nella storia degli scavi in Puglia - nonché della ritualità funebre antica - si è parato davanti agli occhi dell’archeologa Ada Riccardi della Sovrintendenza. Nella sepoltura più piccola era deposto un cadavere in posizione prona, inginocchiato, schiacciato da un lastrone piazzatogli sulla spalla; nel secondo sepolcro, invece, tre erano i defunti, anch’essi inumati, ognuno con un proprio masso addosso.

Lo scavo è stato condotto dalla Riccardi nel 2001. Ma la notizia, per evidente cautela, non era trapelata finora. Durante gli scavi precedenti effettuati negli anni ‘70 a Capo Colonna, la penisoletta di Trani dove sorge il bel Monastero che sarà sede museale, non erano emerse sepolture: si trovarono invece tracce di insediamenti dell’età del Bronzo e anche fondi di capanna dell’età del Ferro, delimitate da un fossato. Furono recuperati reperti tardo-elladici e micenei (secondo la testimonianza dell’archeologo di allora: ma nessuno li ha mai visti, né sembra siano stati mai pubblicati!).

Lo scorso anno però si ripresero le indagini in una zona limitrofa e riaffiorarono strutture di ambienti, con un cortile che doveva essere in origine lastricato (lo si deduce dal "vespaio" di ciottoli di mare disseminati, che avrebbero dovuto formare il sottofondo). Le pareti di questo edificio presentavano una originalità. i paramenti esterni dei muri erano costituiti da lastroni infissi verticalmente nel terreno. Una tecnica costruttiva mai attestata per l’antica Peucezia (o per la Daunia, visto che Trani allora sorgeva sul confine tra queste due popolazioni). D’altronde si doveva trattare, quasi certamente di un luogo di culto.

In questi ambienti sono riaffiorati frammenti di ceramica iapigia (un’olla ed altri cocci di vasi) che rimandano a una decorazione tipicamente daunia. Stravagante è il disegnino di uno dei frammenti, che raffigura un bipede con una voluminosa cresta, nonché una lunga coda da rettile. Il loro "stile" indica con ogni verosimiglianza la datazione dell’intero insediamento e quindi delle tombe. Tutto dunque farebbe pensare alla fine del IX o all’inizio dell’VIII secolo avanti Cristo. Una fossa circolare fu scavata accanto alla parete dell’edificio maggiore. A che cosa servisse? Resta per ora una domanda senza risposta; e ancora più intrigante è aver constatato che nell’interno del pozzetto fossero stati infisse delle pietre. Certo un rito, di cui ci sfugge il senso.

Tuttavia il culmine del mistero di questo scavo a Capo Colonna non è certo la fossa, quanto le due tombe: che di per sé costituiscono una eccezionalità per questa epoca. Una di esse è all’interno all’edificio, l’altra, più piccola, è esterna, si direbbe nel "cortile". Come si è detto, in quest’ultima sepoltura fu deposto - ben duemila e ottocento anni fa - un uomo in una posizione ben strana: quasi inginocchiato, prono, con addosso un lastrone. Identica fine fu riservata ai tre defunti ammassati nella tomba più vasta, anch’essi seppelliti con un macigno addosso.

Il primo è un adulto maschio - ci dice il prof. Vito Scattarella del Dipartimento di Zoologia, sezione Antropologica dell’Università di Bari, che con il dottor Sandro Sublimi Saponetti stanno studiando i resti ossei. Gli altri sono due adulti dai venti ai quarant’anni e un ragazzo di quindici anni. L’indagine prosegue, ma nessun segno traumatico è ancor apparso sulle ossa: il che escluderebbe, per ora, una morte violenta, inflitta loro dalla comunità, che pure volle punire questi morti per l’eternità.

Che si trattasse di sepolture di reietti era emerso da vari indizi: non solo l’imposizione dei massi, ma anche la mancanza di qualsiasi elemento a corredo funebre: neppure un frammentino di ceramica fu adagiato nelle tombe. Eppure i loro corpi non furono lasciati insepolti o gettati in mare. Oltre al sasso, i corpi furono coperti da terreno, e le tumulazioni furono sigillate con un lastrone di pietra. È quasi esplicita in un siffatto rituale la volontà di impedire ai defunti un ritorno tra i vivi. E a un fenomeno di "vampirismo" hanno pensato gli antropologi baresi Scattarella e Sublimi.

Le deposizioni di Trani, pur essendo uniche in Italia, hanno dei riscontri con altre scoperte dagli archeologi nel nord della Grecia: fu la studiosa greca Anastasia Tsaliki (ora docente in Inghilterra) a rivelare in alcuni congressi di antropologia la permanenza di rituali funebri di questo genere, dall’età neolitica fino ai giorni nostri. Il masso imposto al defunto doveva impedire che, egli tornasse a portare scompiglio nella comunità dei vivi. Naturalmente quando si parla di "vampirismo" non ci si vuol riferire al mondo dell’orrore, come lo intendiamo oggi. E tuttavia questi trapassati dovevano essere affetti da morbi connessi con la manifestazione del sangue, sostengono gli antropologi: quali la fotofobia, la porfiria, la tubercolosi polmonare, la rabbia ecc...

Su quali fonti letterarie o documentali dell’antichità si basi questa convinzione, non è dato ancora sapere con precisione. Ma certo, l’indagine non finisce qui, e di queste sepolture si continuerà a parlare. Macigni, ritorni dal mondo dei morti… Un nesso non nuovo: il più immediato riscontro che il mito può fornirci - se vogliamo stare al gioco - è quello di un celebre "revenant": Sisifo. L’astuto fondatore di Corinto, che aveva incatenato la Morte, e una volta defunto aveva ingannato anche gli dèi degli inferi ed era tornato a vivere (uno dei rarissimi casi di "zombi" nel mito) fu punito con un masso da sospingere per l’eternità. Perché aveva osato l’impossibile "ritorno".

Colonna oltre le sepolture

Il promontorio conserva una storia più lunga di un singolo rinvenimento. Il monastero di Santa Maria di Colonna e la storia degli insediamenti tranesi permettono di collocare l’episodio nel paesaggio. La presenza di reperti non implica che l’area di scavo sia oggi attrezzata e aperta alla visita: per conoscere le condizioni di fruizione occorrono informazioni specifiche.

Bibliografia e crediti

Contributo del 2002; introduzione e aggiornamento editoriale TraniWeb.

Giacomo Annibaldis, articolo pubblicato nella Gazzetta del Mezzogiorno il 3 marzo 2002, conservato nel materiale fornito a TraniWeb. Introduzione e nota di contesto: redazione TraniWeb.

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