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Vecchi giochi tranesi

Alcune attività ludiche che animavano la città e divertivano anche gli adulti

Un due tre Stella

Questa memoria dei giochi di strada conserva il linguaggio e i giudizi del narratore. Le punizioni, le prove fisiche e le bravate descritte appartengono al racconto del passato, non sono proposte di attività da ripetere.

Questi alcuni giochi che animavano la città e divertivano gli adulti seduti sulle soglie dei sottani o sui balconi ove trascorrevano il tempo ricordando la loro gioventù. Quando si camminava per le strade ci si salutava sempre e, se volevi, una sedia era sempre pronta ad accoglierti. Il sottano era il più bel luogo per la vecchiaia perché consentiva anche a loro di partecipare alla vita pubblica insieme agli altri e per sentirsi ancora bambino: erano loro i guardiani della Città, gelosi custodi della tradizione.

Il gioco delle cinque pietre

Il gioco delle cinque pietre era uno dei giochi più diffusi, si svolgeva normalmente sulle soglie delle case o su qualche bel sedile in pietra liscio e lucidato dal tempo, di colore rosa. Ogni giocatore si muniva di cinque piccole pietre ed individuata la "chianca" adatta, attraverso la conta si stabilivano i turni ed iniziava il gioco. La prima abilità era quella di lasciar cadere sulla chianca i sassolini, in modo tale che non fossero eccessivamente raggruppati tra di loro nè tanto distanti. La vittoria dipendeva essenzialmente dalla tirata. Dopo un breve studio sulla posizione dei sassolini, il giocatore raccoglieva un sassolino e lanciatolo in aria gridava "a uno" e raccoglieva un altro sassolino. L'abilità consisteva nell'aprire il palmo della mano con dentro il sassolino raccolto e prendere al volo quello lanciato in aria. Dopo di che il gioco proseguiva gridando "a due","a tre", "a quattro"; ovviamente più il palmo della mano si riempiva di sassolini, più difficile era trarre da terra il successivo senza far cadere gli altri. Se il giocatore sbagliava, lasciava il posto al successivo. Il gioco fatto di grande abilità, dava luogo a vere e proprie sfide che obbligava i contendenti a lunghe ricerche dei sassolini migliori, allenamenti per il lancio delle pietre sulla chianca, esercizi di abilità per riprenderli. Il gioco era appassionante e veniva interrotto di tanto in tanto solo per andare a riempire la "quartara" alla fontana per le necessità familiari.

U gurgh

Il gioco consisteva nell'avvolgere uno spago intorno ad una trottola di legno e lanciarla in modo da farla girare il più a lungo possibile. Era un gioco molto tecnico che richiedeva molta abilità e precisione nonchè la presenza di buone "chianche ", come solo a Trani se ne possono trovare. Le migliori erano quelle poste sotto il Palazzo Antonacci, le più grosse di tutta Trani. Di solito la trottola si acquistava alla festa di san Nicola, con qualche piccolo risparmio ragranellato nel portare "la tavola" al forno, o con altri piccoli lavori. Particolare abilità veniva richiesta nell'avvolgere lo spago intorno alla trottola, che non doveva essere nè eccessivamente lungo nè corto, avvolto senza accavallamenti in modo che al momento del tiro si potesse svolgere senza intoppi. La punta della trottola era formata da un grosso chiodo spezzato, e molto dipendeva da questa punta che veniva utilizzata non solo come strumento diretto a far girare la trottola, ma anche come strumento di punizione nei confronti del perdente. Infatti vinceva chi faceva roteare la trottola più a lungo ed il perdente subiva da parte del vincitore, l'umiliazione di vedersi inferire da tre a cinque colpi sulla propria trottola con la punta. Era difficile vedere delle trottole integre, quasi tutte avevano i segni della sconfitta, e molte volte quei segni erano motivo di vanto e di esperienza, come le ferite per i veterani di guerra.

Quattro cantoni

Altro gioco particolarmente chiassoso e divertente era quello dei "quattro cantoni". Normalmente si faceva la sera, quando le giornate si allungavano e coinvolgeva cinque ragazzi. A sorte si decideva chi doveva mettersi al centro, mentre gli altri quattro assumevano posizione negli angoli di un quadrato ideale, che poteva essere formato dai quattro angoli dei palazzi che recingevano le piccole piazze di Trani. Il gioco consisteva nello scambiarsi il proprio posto lungo i lati del quadrato chiamando a gran voce il compagno, ed evitando che il giocatore posto al centro ne occupasse la posizione. in questo caso chi perdeva il proprio cantone andava al centro ed il gioco ricominciava. Il gioco era molto chiassoso e normalmente al centro finiva sempre il bambino più piccolo che a fatica riusciva a conquistare il proprio cantone. l'abilità era quella di scambiarsi il cantone con abile mosse di vado non vado, finte fughe e ogni volta che lo scambio riusciva si scherniva il giocatore centrale con grandi urli e salti di sbeffeggiamento.

A bandiera

Altro gioco abbastanza simile a quello dei quattro cantoni, era il gioco "a bandiera". Anche questo estremamente chiassoso formato da due squadre di tre o cinque ragazzi o ragazze, con al centro il reggitore di bandiera che consisteva in un vecchio fazzoletto o dal riutilizzo di un vecchio lenzuolo troppe volte rattoppato. Dopo lunghe discussioni si stabilivano le squadre, poi ognuno andava nel suo campo, studiando le mosse dell'avversario, cercando di attuare lo schieramento più strategico. Quando le due squadre erano pronte si assegnavano i numeri di chiamata, valevoli per entrambe le squadre e con una pietra di calce, si disegnava una linea davanti ad ogni squadra, posta ad equidistanza dal reggitore di bandiera. Il gioco era comandato dalla bandiera, e alla chiamata, ciascuno doveva tentare di impossessarsi della bandiera, senza farsi toccare nella fuga verso il proprio campo. Molte volte quando i concorrenti giungevano alla pari davanti alla bandiera, incominciavano una serie di finte e contro finte, fin quando uno la strappava dal reggitore e correva verso il proprio campo; l'altro lo inseguiva cercando di toccarlo prima che raggiungesse la meta. Molte volte il gioco dava luogo a lunghe discussioni circa la validità della toccata o il rispetto della linea di partenza e molte volte il contendente offeso lasciava il campo che subito veniva occupato da un' altro. La gara si concludeva con la classica bevuta alla fontana di santa Teresa, tra le urla delle donne con le giare e le "quartare" in attesa del proprio turno per riempirle di acqua.

La corsa nei sacchi

La corsa nei sacchi era un gioco abbastanza importante e più che con i sacchi lo si faceva con degli stracci avvolti a mò di sacchi. La gara era abbastanza esilarante, specie quando ci si avvolgeva male "nel sacco" ed improvvisi ruzzoloni scatenavano l'ilarità del pubblico. Il gioco veniva fatto dai più piccoli che imparavano prima a saltellare che a camminare. Secondo i maligni "dh ll'annunziath", pare che il gioco sia nato dall'uso di vestire i più piccoli con i pantaloni dismessi dei più grandi.

U Sc'cheff lo schiaffo

La conta decideva chi doveva stare "sotto" e chi "sopra". Il gioco dava luogo a grandi divertimenti e si concludeva con le mani arrossate. Una volta individuato chi doveva stare sotto, questi doveva stare immobile, di spalle, ben fermo sulle gambe, facendo passare una mano sotto l'altra ascella e tenendo il palmo ben aperto, mentre con l'altra mano doveva schermarsi gli occhi per non vedere alle sue spalle. Dal gruppo alle sue spalle, dopo battibecchi, spintoni, urla, fattosi improvvisamente silenzio, partiva lo schiaffone che colpiva il palmo della mano aperto del malcapitato che girandosi doveva individuarne il colpevole. Questa era la parte più interessante del gioco, perché ognuno assumeva l'aspetto innocente e l'autore cercava di ritrarsi il più possibile, mentre il colpito indagava con attenzione cercando di leggere negli occhi di ciascuno la prova del misfatto. Se indovinava, il colpevole finiva sotto, diversamente il gioco continuava continuando a prendere schiaffoni. Il gioco richiamava ragazzi a frotte e qualche volta quando qualcuno esagerava il palmo della mano restava rosso per due giorni.

Speccachiangat o z'cc'nett

Il gioco "a speccaghiangat" era particolarmente esercitato nella Città di Trani, le cui strade del borgo vecchio abbondavano di chiangate, belle e lucide, per quel vezzo della donna tranese di tenere la "chiangt" vicino casa sempre pulita. il gioco coinvolgeva due o più ragazzi e consisteva nel lanciare una moneta di rame, facendola battere contro il muro di una casa, vinceva chi riusciva ad avvicinarsi con la sua monetina al punto di giunzione della "chiangata". La vincita veniva assegnata dopo attenta misurazione fatta a palmi e dita a chi più si era avvicinato alla giunzione(spacco) e di qui il termine "speccaghiangat". Una variante era costituita dal lancio diretto sulla giunzione, senza utilizzare il rimbalzo sul muro. Il punteggio massimo si otteneva quando la monetina, per libera caduta si posizionava "a stella", ovvero nella croce della giunzione di quattro chiangate. Il gioco era vietato e non raramente il rientro a casa si concludeva con il classico "mazziatore".

Il gioco del cerchio

Trattasi di un gioco che di solito era praticato da "Lh nhnnill", nella villa comunale e consisteva nel far ruotare per tutta la lunghezza dei viali, un elegante cerchio di legno con i colpi di una bacchetta. per i "uagnhun" l'attrezzo per il gioco era invece costituito da un vecchio cerchione di bicicletta, che si faceva ruotare mediante un pezzo di legno tenuto nella parte incavata del cerchio stesso, ed era oggetto di lunghe gare; vinceva chi percorreva il tratto più lungo senza fare cadere il cerchio.

U ciucc'

Quando la sera si radunavano i ragazzi in piazza Navarra, o in piazza Quercia, uno dei loro giochi preferiti era "il ciuccio". Per fare questo gioco occorrevano un muro ed una decina di ragazzi scatenati. dopo aver effettuato la solita conta, preceduta da imbrogli e schiamazzi, venivano individuati tre o quattro ragazzi che si dovevano mettere in fila, di spalle, leggermente proni davanti al muro. Gli altri dopo una breve rincorsa dovevano, invece, saltare a cavallo, vinceva chi riusciva a mettersi a cavalcioni, sul ragazzo più vicino al muro. Il gioco si concludeva con una cavalcata finale, ove sui malcapitati, l'intera ciurma si andava a porre a cavalcioni, sin quando per il peso, il ragazzo di sotto non stramazzava al suolo. Con questo gioco si formavano vere e proprie piramidi umane, dove ciascuno si avvinghiava all'altro per non cadere. Il gioco si concludeva sempre con qualche contuso, cui rimediava l'acqua di Santa Teresa.

A trent'un

A "trent'un" o nascondino era il classico gioco che si faceva nella villa comunale; sempre a sorte uno andava "sotto" e gli altri dovevano nascondersi. Chi andava sotto, prima di iniziare la cerca, doveva contare fino a 31 senza guardarsi intorno. Il primo ad essere trovato dal cercatore, battendo la mano sul punto della conta, andava sotto, mentre l'ultimo, se non veniva trovato aveva la possibilità di fare "tana salva tutti" ed il gioco ricominciava con lo stesso malcapitato che stava "sotto". A volte si trovavano dei testardi, che trovato un buon nascondino, vi restavano ore, nonostante i fischi del guardiano della Villa che annunciava la chiusura.

U tuhcc

Il tocco o la conta, consisteva nell'indicare simultaneamente, tra più giocatori, con le dita di una mano, un numero. Effettuato il tocco si procedeva alla conta e l'ultimo era soggetto ad una penitenza. Una variante, tra due giocatori era il pari ed il dispari, o il pietra, forbice e carta e consisteva nell'attribuire dei simboli al gesto della mano: palmo aperto, carta; due dita, forbici; pugno chiuso, pietra. Se un giocatore lanciava la mano a palmo aperto, mentre l'altro a pugno chiuso, vinceva il primo in quanto la carta incartava il sasso. se forbici, vinceva sulla carta, perché la tagliava, perdeva sulla pietra, perché si spuntava, e così via. Se i simboli erano pari si ripeteva. Nel gioco c'era sempre il furbo che tardava di un attimo la tirata, per vedere il gioco dell'avversario. Allora iniziavano i litigi e il gioco si faceva più interessante.

La corsa delle cariole

La corsa delle cariole nacque subito dopo la seconda guerra mondiale e consisteva nel montare sotto un asse di legno tre o quattro cuscinetti a sfera in disuso che si potevano reperire presso i meccanici. Ognuno aveva un proprio segreto nel costruire la cariola che era dotata anche di un timone sull'avantreno con cui guidarla. Le piste migliori erano quelle di via Cambio o della discesa di Santa Teresa, ma anche via Sant'Anna, via Leopardi e San Martino erano considerate buone piste a condizione che qualcuno desse una spinta. A causa del chiasso infernale che le ruote facevano sulle "chiancate", normalmente la gara finiva a secchiate d'acqua dai piani superiori, ovviamente non l'acqua che pensiamo noi che era preziosa e costosa.

Sett vihnd

I setteventi era il gioco tipico dei ragazzacci di Trani e simulava la furia dei sette venti. Per fare questo gioco bisognava essere abbastanza numerosi, svelti di gambe, e buoni conoscitori delle vie di fuga. Il gioco si effettuava la sera ed iniziava con il trasferimento in altro quartiere, di solito San Michele o via Barletta e, qualche volta sott a Canneit. Iniziato il gioco, ci si dava a buttare sottosopra tutto ciò che si trovava sui marciapiedi: i panni stesi ad asciugare, le sedie con la verdura, a sbattere le porte dei sottani facendo il maggior fracasso possibile e sempre di corsa. Il vero divertimento iniziava con la reazione della gente del quartiere e la conseguente fuga per sottrarsi alla giusta punizione. Quando tutto finiva, ci si raccoglieva in un punto e si raccontavano le bravate e, per i malcapitati le botte ricevute. Molte volte durante il divertimento qualcuno perdeva una scarpa o riportava qualche contusione. Allora, quando rientrava a casa il gioco continuava con una bella scarica di cinghiate e senza cena, che all'epoca si chiamava "mangiare"per almeno tre giorni.

Tiro alla corda

Anche il tiro alla corda riscuoteva un notevole successo tra i ragazzi. Il gioco era semplice, bastava rimediare una vecchia corda di agave, giù al porto, e disegnare un campo con un pò d'intonaco scrostato. Venivano disegnate tre linee, la centrale, che decretava la vittoria di un gruppo sull'altro, e le due di base, da cui si partiva. La gara veniva effettuata a piedi nudi per evitare di slittare sulle chiancate e, oltre ai gareggianti, si formava sempre un numeroso pubblico, che con sberleffi, risa, grida, maleparole, incoraggiava o scoraggiava i partecipanti. Alla gara partecipava sempre il "grosso" che si poneva nelle retrovia come zavorra e, se le squadre erano ben assortite, il gioco durava molto fin quando qualcuno non veniva chiamato per portare la "quartara" alla fontana.

Il gioco della palla

Un tempo il gioco della palla era diffuso tra squadre di ragazzi ma era molto lontano da quello di oggi. Le regole del gioco non differivano dalle attuali, tutto il resto invece si. Il campo in cui il gioco si svolgeva era costituito da un tratto di strada cittadino della lunghezza di un isolato dove, possibilmente, non si affacciavano usci con vetrine; ai due crocevia si sistemavano le porte segnate da due pietre che indicavano i pali. Per giocare non si usava un pallone, ma una palla di stracci legata con spaghi ed altro fino a farle prendere una forma sferica ma che naturalmente non rimbalzava. La partita si svolgeva con accanimento dal pomeriggio fino al tramonto ed era interrotta solo dal raro passaggio di un carro o di una bicicletta e, qualche volta da un vetro rotto con pesanti conseguenze. se tutto andava liscio solo il richiamo a casa poneva fine alla disputa.

Accanto ai giochi per i ragazzi, c'erano i giochi per le ragazze e le strade e le piazze si riempivano di riso ed armonia. Le ragazze più adulte badavano ai più piccoli, ma questo non le impediva di partecipare alla festa di tutti i giorni, sulla piazzetta di Scolanova o nei vicoli di San Donato.

Regina reginella

Questo era il gioco principe delle ragazze. Quando all'imbrunire ci si raccoglieva, iniziava il gioco. Con la solita conta si stabiliva la Regina reginella la quale assumeva posizione dando le spalle al muro. In quel momento la prescelta assumeva un aspetto fiero, quasi altero, diveniva vezzosa ed assumeva un portamento che subito tacitava tutte. I suoi occhi divenivano indagatori, alla ricerca di chi potesse succederle, mentre le altre ragazze disposte sulla fila si davano un portamento da principesse. Subito dopo a turno iniziava la cantilena con voce chiara e perfetta"Regina reginella quanti passi devi fare per arrivare al mio castello con la fede e l'anello", una variante era "Regina reginella chi è la più bella del reame", e la regina assegnava a ciascuna dei passi animaleschi: di "formica", di "leone", di "elefante"di "gatto" ecc. Ovviamente secondo il numero ed il tipo di passi ognuna delle pretendenti avanzava, finché quella ritenuta più meritevole non conquistava il posto di "regina". Chi sbagliava il numero o la tipologia dei passi tornava al punto di partenza. L'abilità della regina reginella era quella di ingenerare la confusione nelle partecipanti. Il gioco era una scuola di portamento che con l'età conferiva alle ragazze quella grazia e quella femminilità che dava alla nostra gioventù un fascino di grande eleganza.

La zahuc

Se la corda per i maschietti era gioco di forza, per le femminucce era gioco di grazia. Due ragazze tenevano la corda facendola roteare, mentre una terza saltellava al centro recitando una filastrocca. I saltelli erano ad un piede, a piedi uniti, a bicicletta e la velocità di rotazione della corda aumentava sempre di più fin quando si sbagliava. Allora si usciva ed un'altra ragazza ne prendeva il posto. Il gioco si interrompeva quando la corda veniva utilizzata per stendere il bucato.

Moscacieca

La moscacieca era un gioco che si faceva la pasquetta quando si andava a Sant'Angelo o a Torricella sullo spiazzo, vicino al trullo. Bendata una ragazza estratta a sorte bisognava stuzzicarla costantemente facendole fare affannose ricerche con le braccia; quando la si vedeva stanca per il continuo affannarsi, per non farsi riconoscere si indossava qualcosa di un'altra ragazza e si lascia prendere. Quando la malcapitata iniziava a tastarti, cercava di riconoscerti dai buchi che avevi ai gomiti della maglia, dalla lunghezza dei capelli, da un nastro. Se non si veniva riconosciuti il gioco riprendeva con la medesima malcapitata, altrimenti si andava sotto, per subire le angherie delle altre.

Uno, due, tre stella

"uno, due, tre, stella" prevedeva la solita conta per chi doveva stare sotto, gli altri si disponevano alle spalle. Il gioco consisteva nel contare lentamente da chi stava sotto, che al tre stella, si girava improvvisamente e chi non era immobile, finiva sotto a sua volta. Il gioco era molto animato perché consisteva nel fare boccacce e smorfie a chi stava sotto in segno di dileggio, ma anche nel tentativo di provocare il riso e le risposte delle compagne che, se si muovevano finivano sotto. Tutti i giochi si concludevano alla fontana con il supplemento della bevuta e dello schizzo.

Bibliografia e crediti

Testimonianza memoriale di autore non identificato; grafie dialettali e filastrocche conservate.

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