Luogo da scoprire · Puglia e Basilicata: città d’arte e mete

Manfredonia

Dalla fondazione sveva alle basiliche di Siponto, tra collezioni archeologiche, artigianato e ambienti umidi del Lago Salso.

Paesaggio costiero di Manfredonia

La città di Manfredonia si trova a 48 km da Foggia, alle pendici del monte del Gargano, sulla riva del golfo omonimo. Il nome della città deriva da quello di Manfredi, re di Sicilia, figlio naturale di Federico II, che la fondò a metà del XIII secolo per trasferirvi gli abitanti della vicina Sipontum, distrutta dalle incursioni dei Saraceni e da un terremoto. Fu Manfredi a far costruire il Castello, poi terminato da Carlo I D’Angiò, dove oggi ha sede il Museo Nazionale del Gargano, in cui si conservano le “Stele Daune”, lastre funerarie in pietra calcarea. Della vecchia Sipontum rimangono numerosi reperti archeologici e la Basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto.

La città conserva il fascino che le diede re Manfredi ed oggi si distingue per i numerosi siti di interesse storico artistico tra cui: Castello svevo-angioino-aragonese e le Stele Daune, l'insediamento dauno di Sipontom, l’Abbazia di San Leonardo, la Basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto, la Chiesa di San Domenico ed i molti palazzi dell’architettura civile quali a titolo esemplificativo Palazzo San Domenico, Palazzo Celestini, Palazzo De Florio, Palazzo delli Santi, Palazzo Mettola, Palazzo De Nicastro.

Molto rinomata e di antica tradizione è l'attività dei maestri Cartapestai legata alla storica manifestazione del Carnevale Dauno che ogni anno si distingue per la grande maestria nella realizzazione dei carri allegorici che sono insieme ai gruppi mascherati protagonisti di tale evento in quanto i differenti stili di lavorazione, cromie e materiali sono il frutto della grande esperienza e del talento delle maestranze locali. Le sfilate del Carnevale Dauno uniscono maschere, acconciature elaborate, musica e carri allegorici. Percorsi e programma dipendono dalle singole edizioni.

Altra antica tradizione è quella dei Maestri d'ascia per la costruzione di barche, principalmente motopescherecci. Anche la lavorazione della ceramica tipica locale è un settore importante e propone oggetti di diversa manifattura con richiami alle decorazioni geometriche della Daunia.

L'intarsio e la scultura del legno sono molto famosi a opera di artigiani locali che trasmettono la loro professionalità di generazione in generazione. Uno dei prodotti caratteristici realizzato dagli artigiani manfredoniani è il Canestro di giunco nel quale viene depositata la pasta per il pane e per conservare le forme di formaggio fresco o i molluschi.

Tra il porto e gli antichi luoghi di pellegrinaggio

Le bianche case del quartiere "Boccolicchio", il mercato ittico, la flottiglia peschereccia, le botteghe artigianali e la gastronomia, fanno di Manfredonia, porta sud del Gargano, una base per esplorare la costa e l'entroterra garganico. Percorrendo la statale 89, ideale cerniera tra il Tavoliere, il Golfo e il Gargano, a 10 km sorge il Monastero di San Leonardo in Lama Volara, baluardo della cristianità, luogo di sosta e di riposo per i pellegrini che percorrevano la "Via Sacra Langobardorum".

Dante Alighieri, nel canto III del Purgatorio, presenta Manfredi come biondo, bello e di gentile aspetto. Il figlio di Federico II legò il proprio nome alla fondazione della città e all'avvio del castello, poi sviluppato sotto Carlo I d'Angiò. Il Castello sorge in una posizione strategica, a difesa del porto e dell'abitato della città. La sua stupefacente imponenza documenta l'indubbia importanza che esso ebbe nello scacchiere militare prima svevo, poi angioino. Attualmente è sede del Museo Nazionale di Manfredonia e ospita i reperti rinvenuti nei più importanti siti archeologici sipontini: una prodigiosa ed unica documentazione delle antichissime radici di questa civiltà che va dal neolitico (stupefacente il materiale esposto in una specifica sezione della Grotta Scaloria, ubicata nelle immediate vicinanze dell'attuale abitato di Manfredonia, dove veniva praticato un antichissimo culto delle acque) all'età del ferro, con le stele daunie, pietre tombali, reperti unici nella loro originalità. A 10 km da Manfredonia, lungo la statale 89, è l’Abbazia di San Leonardo in Lama Volara. La chiesa era parte integrante di un insigne complesso abbaziale sorto tra la fine del sec. XI ed il principio del XII sec. e affidato nel 1261 da papa Alessandro IV ai Cavalieri Teutonici. Il suo ruolo di luogo di sosta e di riposo per i pellegrini viene testimoniato dalle immagini effigiate nello splendido portale e dai bassorilievi dei capitelli che rappresentano i pellegrini al Gargano, sotto la protezione dell'Arcangelo Michele. Riprendendo la SS. 89 in direzione del mare, a circa 3 km dalla città di Manfredonia incontriamo il caratteristico Tempio di S. Maria di Siponto (o Santuario di S. M. Maggiore), monumento unico nel suo genere per la variegata stratificazione di fabbriche e di stili che vi si ritrova, già citato in un antico manoscritto del 1248, lo "Scadenzario di Federico II". La Basilica si erge sulla città sepolta di Siponto attestandone l'antico splendore e rappresenta uno dei più interessanti esempi del romanico pugliese.

San Leonardo e la luce del solstizio

In prossimità del solstizio d'estate, intorno al 21 giugno, nell'abbazia di San Leonardo si osserva un fenomeno legato all'orientamento dell'edificio. Se le condizioni meteorologiche lo consentono, un raggio di sole penetra al suo interno attraverso un mirabile rosoncino a 11 raggi posto nella volta centrale. Esattamente al mezzodì astronomico, nel punto di intersezione fra l'asse del portale laterale e la linea che congiunge i due pilastri che separano la navata centrale da quella sinistra, il raggio catturato proietta sul pavimento una rosa con altrettanti strabilianti petali di luce. Un fenomeno simile si verifica in Francia, nella meravigliosa Cattedrale di Chartres.

Oasi Lago Salso

L'Oasi Lago Salso fa parte del sistema delle zone umide di Capitanata, le più importanti dell'Italia Meridionale. L'Oasi è infatti una zona umida di 540 ettari, di elevato valore naturalistico, formata da un alternarsi di specchi d'acqua e folti canneti, situata nel comune di Manfredonia e formata da tre vasche arginate (la Valle Alta, la Valle di Mezzo e la Valle Bassa o Lago Salso vero e proprio) di profondità variabile da 50 a 170 cm, a seconda del livello stagionale e delle esigenze gestionali. Essa è compresa nel Parco Nazionale del Gargano e nel sistema di aree tutelate della rete Natura 2000. Per perimetri, denominazioni e disposizioni vigenti occorre consultare la documentazione dell'ente parco. Essa costituisce, quindi, un importante tassello di un comprensorio di zone umide ed estesi terreni agricoli, con un valore naturalistico-ambientale complessivo di eccezionale rilievo. Nel corso degli anni sono stati realizzati numerosi interventi finalizzati alla conservazione delle specie animali più minacciate presenti in Puglia, attraverso l'attivazione di progetti finanziati dalla Comunità Europea (LIFE) e dalla Regione Puglia (POR).

Gli animali delle zone umide

Le zone umide sono ambienti ricchi di vita. La ricca vegetazione presente è alla base della rete alimentare che, passando attraverso insetti, piccoli crostacei, molluschi, pesci, anfibi, rettili giunge agli uccelli, l'aspetto più appariscente e spettacolare delle zone umide. I folti canneti di cui è composta l'Oasi Lago Salso sono alternati a specchi d'acqua libera che la rendono un ambiente vario e diversificato, ideale per la sosta e la riproduzione di anatre e aironi, come il Tarabusino e l'Airone rosso.

Altri aironi invece, tra cui la Sgarza ciuffetto, la Nitticora, la Garzetta non nidificano nel canneto bensì sugli alberi, costituendo delle vere e proprie colonie che prendono il nome di garzaie. Altri frequentano l'area e saltuariamente vi nidificano come il raro Tarabuso e il Mignattaio, e altre ancora, come l'Airone cenerino e l'Airone bianco maggiore, la frequentano fuori dal periodo riproduttivo.

Nel mezzo dei chiari, che si aprono tra le canne, si possono osservare folaghe e diverse specie di anatre. Ve ne sono di tutte le forme e di tutti i colori, alcune delle quali particolarmente rare come la Moretta tabaccata, dal piumaggio color ruggine e il collo e becco piuttosto lunghi, oltre a germani reali, alzavole, moriglioni e marzaiole. Oltre alle anatre, si osserva anche l'elegante Svasso maggiore, campione di immersione grazie al corpo affusolato e dalla coda poco appariscente, al piumaggio lucente, compatto e soffice, perfettamente impermeabile, alle zampe arretrate, che offrono la minima resistenza all'acqua e le dita lobate per migliorare la spinta. Piuttosto comune è invece la Folaga, un uccello nero con il becco bianco, una vistosa chiazza frontale bianca e gli occhi rossi (nell'adulto) che forma gruppi numerosi che nuotano su e giù per i canali e i chiari che si aprono nel canneto. La Gallinella d'acqua è un'altra specie molto diffusa in Italia per la sua estrema adattabilità. Simile alla Folaga, se ne distingue per le dimensioni minori, la placca frontale e il becco rosso vivo, le zampe verdi e una banda bianca sui fianchi e sul sottocoda. Spesso la si osserva da sola o con pochi altri individui. Sui chiari compare talvolta un minuscolo uccello azzurro che sfreccia veloce: è il Martin pescatore, che, come dice il nome, pesca tuffandosi a capofitto dopo essersi librato in aria per individuare un pesce. Lo si può vedere anche posato su una canna, intento a scrutare l'acqua sottostante alla ricerca di qualche preda.

Anche i cormorani, dal potente becco ad uncino, frequentano i chiari, ed è facile osservarli dove vi sono dei pali o supporti che fuoriescono dall'acqua, mentre tengono aperte le ali nere al sole.

Nell'area è facile scorgere anche molte specie di rapaci, dai grossi falconi come il Lanario e il Falco pellegrino, al Falco di palude, al Falco pescatore, alle diverse specie di albanelle. Spettacolare è in primavera il passo dei Falchi cuculi che interessa tutta l'area posta ai piedi del Gargano.

Se è vero che gli uccelli sono l'attrazione principale, aguzzando un po' la vista si noteranno, soprattutto nella bella stagione, molte specie di anfibi, come la Rana verde ed il Rospo smeraldino, e di rettili, tra cui diversi serpenti (Cervone, Biacco, Biscia dal collare, Natrice tassellata), lucertole, ramarri e anche la rara Testuggine palustre.

Per quanto riguarda i mammiferi infine, sono presenti la Volpe, il Tasso, la Faina, la Lepre e varie specie di arvicole.

La flora

Sulle rive dell'Oasi Lago Salso, zona umida di acqua dolce, cresce la fascia del canneto, costituita per la grandissima parte da un'unica specie, la Cannuccia di palude. Questa pianta è diffusissima negli ambienti umidi della pianura o degli altipiani dove crea distese che circondano le rive pianeggianti. Anche a distanza il canneto è inconfondibile per la statura delle piante, di 2-3 metri almeno, e poi per la presenza dei pennacchi che si sviluppano all'apice del fusto. Si tratta delle infiorescenze della pianta.

Anche le tife sono piante molto frequenti ai bordi degli stagni che possono comparire insieme alla cannuccia. Sono riconoscibili per la spiga cilindrica e compatta, verde alla fioritura e bruna alla maturazione dei frutti. Questi caratteristici “sigari” marroni sono composti da migliaia di frutti minuscoli strettamente stipati l'uno all'altro in attesa di essere dispersi dal vento. Sia le cannucce che le tife tendono a lasciare poco spazio per lo sviluppo di specie più delicate. In alcuni casi al loro posto si possono sviluppare carici e scirpi dai fusti più esili che permettono ad altre piante di crescere, come gli equiseti e gli iris dalle belle fioriture dorate e le foglie ampie a forma di spada.

Dove l'acqua è più profonda il canneto si apre lasciando delle aree libere, con specchi d'acqua a lento scorrimento, detti chiari. In questi chiari crescono sia piante radicate al fondo che distendono foglie e fiori in superficie (come il Ranuncolo d'acqua, le brasche e le millefoglie); sia piante che galleggiano liberamente formando talvolta estesi tappeti, come la minuscola Lenticchia d'acqua.

Osservare l'oasi senza disturbare la fauna

Prima di partire verificare con il gestore l'accessibilità dei percorsi e le modalità di visita. Per programmare una soddisfacente escursione è fondamentale la scelta della stagione. Chi è intenzionato ad osservare grandi concentrazioni di anatre, oche e limicoli, ossia uccelli dal lungo becco che si alimentano nel fango, sceglierà i mesi invernali, dicembre e gennaio in particolare, mentre chi vuole vedere le varie fasi legate alla nidificazione degli uccelli sceglierà la primavera, osservando gli animali a distanza e senza avvicinarsi a nidi o colonie. Nei periodi interessati dalla migrazione, ossia da metà agosto ad ottobre e da febbraio a fine aprile, sono possibili avvistamenti di specie rare o accidentali, senza garanzia di osservarle. Dopo il maltempo occorre attendere condizioni sicure e la conferma della percorribilità dei sentieri.

Per quanto riguarda l'abbigliamento, la scelta di colori non vistosi e adatti all'ambiente che si visiterà è un segno di rispetto e uno strumento utile per osservare gli animali senza disturbarli. L'abbigliamento ideale deve essere quindi pratico, dai colori spenti (marrone, verde, grigio) e mimetici. Meglio poi se tiene anche caldo (in inverno) e ripara dalla pioggia. La scelta delle scarpe dipende dalle condizioni di impiego. Per una semplice passeggiata estiva vanno benissimo delle classiche scarpe sportive. In inverno, quando fa freddo e il terreno è bagnato, meglio optare per scarponcini leggeri ed impermeabili. Non attraversare tratti allagati e rispettare le eventuali chiusure: gli stivali non rendono sicuro un percorso sommerso. Infine, uno strumento particolarmente utile per osservare gli uccelli è il binocolo che dovrebbe essere leggero e maneggiabile, con lenti chiare che consentano di vedere con facilità. È consigliata anche la macchina fotografica, meglio se con teleobiettivo da 300 mm in su, per catturare i momenti più importanti della giornata.

L'abbazia di San Leonardo: storia e architettura

L'Abbazia era considerata una delle più importanti del Meridione per le ricchezze e la vastità del suo territorio. La sua storia è scritta tutta nel Regesto di San Leonardo di Siponto, che raccoglie atti di donazioni testamentarie di privati cittadini i quali donavano all'Abbazia erbaggi, case, terre, vigne, ecc. situate anche in zone al di fuori del Tavoliere. L'Abbazia è stata fondata tra gli ultimi anni dell'XI e i primi del XII sec. dai Canonici regolari di S. Agostino. Nel 1261 l'abbazia venne concessa all'Ordine dei Cavalieri Teutonici. [Lacuna nel passo sulla durata della reggenza.]

Sulla facciata laterale, che dà sulla SS 89, una serie di mensolette, interessanti per la varietà e la delicatezza dei motivi, sostiene la cornice. Numerosi archetti, divisi in serie di tre ciascuna da lesene, con quattro monofore, denunciano il motivo dominante del romanico del sec. XI. In questa cornice venne posteriormente incastonato il portale di una ricchezza, solennità e forza di rilievo davvero notevoli. Un momento particolarmente suggestivo è allorquando, al mezzodì astronomico in prossimità del solstizio d'estate, quando il cielo lo consente, il raggio di sole evidenzia l'intersezione dell'asse principale della navata centrale con l'asse del bellissimo portale laterale, disegnando in senso orario, sul pavimento della chiesa, una corona luminosa.

Basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto

La chiesa sorge a circa 3 km da Manfredonia ed è un mirabile esempio di architettura romanico-pugliese, con influssi islamici e armeni. L'edificio, che si compone di due chiese sovrapposte, occupa una superficie quadrata di circa 18 m di lato. La chiesa superiore costituisce la Basilica vera e propria. Una lapide commemorativa ricorda una consacrazione, successiva all'origine medievale dell'edificio, il 23 giugno 1675 dal card. Vincenzo Maria Orsini. La chiesa inferiore, o cripta, cui si accede attraverso una scalinata esterna, fu sistemata nel 1708 con i resti dell'antico e prestigioso Duomo sipontino. Così si legge in una lapide murata sulla porta.

Di particolare pregio risulta il portale, costituito da un insieme di archi, tutti finemente abbelliti a fogliame o a intagli geometrici e ben armonizzati fra di loro. Due di essi, sporgenti e sovrapposti, poggiano su mensole sostenute da colonne su leoni. Sulle mensole due animali più piccoli. Altri due archi, incassati e rinsaldati, mostrano in tutta l'ampiezza le loro decorazioni su materiale più chiaro, conferendo all'insieme vivacità e movimento. Ai lati del portale, due coppie di eleganti arcate cieche, nelle quali sono racchiuse, ad altezza d'uomo, quattro formelle quadrate finemente scolpite. Più in alto due finestre con le cornici simili a quelle delle formelle, ma di dimensioni maggiori.

All'interno la volta a crociera poggia su quattro arcate ogive, sostenute da robusti piloni quadrati. L'effetto che ne deriva è sorprendente: la volta appare, di primo acchito, tutta sospesa sulle colonne e sembra muoversi verso l'alto, come attratta dal cielo. Un effetto di sicura ispirazione orientale che predispone al misticismo e trova il suo culmine nella bella cupoletta a lanterna proprio al centro della volta con otto eleganti finestrelle. L'altare centrale, di stile barocco, è stato sostituito da un sarcofago di marmo greco, rinvenuto dietro il vecchio altare e sormontato da una spessa lastra di pietra. Notevoli due absidi con monofore. Sulla parete di sinistra sono esposti frammenti di mosaici dell'attigua basilica paleocristiana.

La cripta è notevole per le venticinque volte quadrate a crociera e per gli archi a tutto sesto poggianti su venti colonne marmoree con capitelli di forme diverse. Si notano quattro grossi piloni circolari in pietra in corrispondenza di quelli della chiesa superiore. Nella cripta vi era "la Sipontina", una statua lignea medievale conosciuta anche come la "Madonna dagli occhi sbarrati"; ora è conservata nel Duomo di Manfredonia.

La basilica medievale è riferita ai secoli XII–XIII. I lavori furono eseguiti in varie tappe col materiale residuo dell'antico Duomo sipontino. Questo, eretto fra il IV e il VI secolo, era in completo stato di degrado, secondo il quadro di decadenza tramandato nella storia locale. E ciò per una serie di eventi calamitosi: terremoti, maremoti, guerre. La nuova chiesa sorse a poca distanza dalla prima, ma in posizione più alta per essere meglio difesa dalle mareggiate. Molte sono state le avversità di ogni tipo che spesso si sono accanite contro la Basilica di Siponto. Ma, nonostante ciò, essa è rimasta imperterrita a testimoniare e ad alimentare, ieri come oggi, la forte tradizione di fede e di amore dei sipontini verso la Madonna.

Cappella della Maddalena

La storia della Chiesa di San Domenico e del suo Convento è legata ai primi decenni della fondazione della Città. Voluta da Carlo II d’Angiò, la costruzione del Convento Regio e della Chiesa dedicata a Maria Maddalena, fu iniziata nel 1294, quando il sovrano donò ai frati predicatori un sito sul tratto costiero delle mura e finanziò l’opera con un fiorino d’oro a settimana. Distrutto durante il sacco dei Turchi e ricostruito nel ‘700, il convento, oggi sede del municipio, conserva nelle sue strutture le vestigia gotiche superstiti, come l'arco ogivale, verso il mare, murato e impostato su ricchi capitelli, il loggiato e il chiostro con il pozzo centrale. La chiesa di San Domenico, pregevole esempio di sovrapposizioni di epoche e di stili, conserva la facciata romanica e i resti dell'antica struttura gotica, come il grande arco sul mare. Sulla facciata, si ammirano il portale ogivale adagiato su due leoni e la cornice di un rosone, all’interno si notano, nicchie gotiche e affreschi della fine del 1300. L’abside della chiesa, divisa dal presbiterio da un muro all’altezza dell’arco trionfale, colmata di detriti e interrata, fu utilizzata come torre di avvistamento e successivamente come pertinenza del carcere. Solo nel 1895 l’ambiente tornò alla luce rivelando la sua originaria natura e gli affreschi celati sotto i detriti. Dopo il restauro ricordato nel 2005, all’interno dell’abside che si è voluto chiamare Cappella della Maddalena, si possono ammirare gli antichi affreschi di San Nicola, di San Domenico, dell'albero di Jesse raffigurante la Stirpe di David e l'affresco della Maddalena con la deposizione di Cristo nell'edicola.

Il castello svevo-angioino-aragonese

Fu iniziato da Manfredi e continuato da Carlo I d'Angiò, che nel giro di quattro anni (1279-1283) realizzò un'imponente costruzione utilizzando il materiale dell'antica Siponto. Era dotato inizialmente di cinque torri quadrate (solo una si è conservata) che, dopo appena un secolo, furono trasformate in forma cilindrica.

Nel '400 gli Aragonesi, per motivi di sicurezza, modificarono alcune parti e aggiunsero il recinto esterno e il fossato. Il recinto fu realizzato con mura ad inclinazione a scarpa e raccordato con torrioni circolari. Il bastione pentagonale, detto all'Annunziata o dell'Avanzata, fu costruito nella prima metà del XVI sec., probabilmente dopo l'assedio del Lautrec (1528).

Nel 1620 il castello cadde nelle mani dei Turchi e in questa circostanza si rivelò non idoneo ad una sicura difesa. Perciò furono ordinati nuovi interventi e fu aperta la porta prospiciente la marina. Nel '600 e nel '700 la costruzione assolse anche il compito di carcere. Lo testimoniano alcune iscrizioni lasciate dai detenuti sulle pareti.

Nel 1901 il castello fu acquistato dal Comune di Manfredonia e, successivamente, ceduto allo Stato. Attualmente esso è sede del Museo Nazionale del Gargano ed ospita, tra l'altro, le famose Stele daunie che documentano le credenze, i culti e la vita degli antichi Dauni.

Il Museo dei Santi sotto campana

Nella parte antistante l'abside della Maddalena, all'interno di Palazzo San Domenico, sede comunale, è stata allestita una raccolta di trenta statue di santi e madonne. Prima della visita è opportuno verificare presso il Comune l'attuale accessibilità della raccolta.

La denominazione “sotto campana” indica un involucro di vetro ideato per proteggere e custodire le statuine di santi e madonne della chiesa cattolica che la pietà popolare con perspicace inventiva artistica, ha costruito con materiali i più disparati dalla stoffa alla paglia, dalla pietra alabastrata alla cartapesta, alla terracotta e via discorrendo. Una espressione di fede coniugatasi con una speciale forma d’arte particolarmente in voga tra i secoli Diciottesimo e Ventesimo. Un pregevole patrimonio culturale raccolto per il recupero e lo studio dell’arte sacra, costituito da trenta statue tra santi e madonne particolarmente venerati nel territorio, che l’Amministrazione comunale ha voluto valorizzare assicurando loro una opportuna tutela e nel contempo porgerlo all’attenzione e al godimento del pubblico. Si è pensato pertanto di destinare a tale funzione la parte antistante l’antica abside detta della Maddalena facente parte del complesso monastico di San Domenico, oggi sede del Municipio di Manfredonia. Un luogo prestigioso per secoli sepolto in un colpevole oblio e solo nel 2005 restituito attraverso accurate opere di restauro, al suo splendore trecentesco assieme al chiostro del Municipio dal quale si accede alla Cappella. Con la realizzazione del museo dei Santi sotto campana si è voluto proseguire l’opera di riacquisizione alla città e dunque ai suoi cittadini, di parti importanti della loro storia, della ricostruzione della propria identità andatasi rivelando ricca di richiami di grande fervore civile. Il Museo dei Santi sotto campana va ad aggiungersi alle altre strutture museali presenti sul territorio quali il Museo nazionale archeologico presso il Castello svevo-angioino, il Museo etnografico “Melillo” di Siponto.

La cattedrale di San Lorenzo Maiorano

L'inizio della costruzione risale al 7 febbraio 1270, giorno in cui l'arcivescovo Giovanni VII (Freccia di Ravello) pose la prima pietra e fu completato nel 1274. Eretto per volere di Carlo I D'Angiò, fu dedicato a S. Lorenzo Maiorano. Il disegno fu redatto da un architetto francese e la costruzione, a tre navate, era di stile gotico, così come erano stati realizzati altri monumenti coevi (S. Domenico, S. Francesco, ecc.).

Nel 1327 il Duomo si arricchì di tutto l'arredo e delle sacre reliquie che esistevano nella Basilica di S. Maria Maggiore di Siponto. L'ingresso del Duomo, verso la metà del '500, fu aperto, per volere dell'arcivescovo Bartolomeo Cueva, nel posto in cui lo si vede oggi, mentre prima era situato di fronte al campanile. Esso fu interamente rovinato durante il sacco dei Turchi del 1620 e in quell'occasione fu distrutto il tesoro delle Reliquie dei Santi, furono dispersi preziosi candelabri e fu rubata una statua d'argento che rappresentava San Lorenzo Maiorano.

Nel 1624 incominciarono i lavori di riedificazione: venne fuori una costruzione molto modesta a causa delle eccessive ristrettezze economiche in cui l'intera popolazione versava. Il nuovo Duomo fu inaugurato nel 1640. L'attuale campanile, fatto erigere nel 1677 dal cardinale Orsini, sostituì quello che sorgeva attiguo all'ingresso odierno.

Nel 1941 il Duomo venne affrescato dal pittore milanese Natale Penati con episodi della vita di S. Lorenzo ed alcuni santi sipontini. La facciata laterale, che dà su piazza Giovanni XXIII, nel 1968 è stata interamente modificata. Al suo interno si conservano preziosi parati di arcivescovi, vari reliquiari e tre gioielli d'arte: il Crocifisso di S. Leonardo, la statua lignea conosciuta come "la Sipontina" e la meravigliosa icona di S. Maria di Siponto.

La chiesa di San Domenico

Assegnare con certezza l'anno di edificazione della chiesa è molto arduo. Alcuni storici, rifacendosi ad un'antica leggenda che voleva Manfredi di Svevia scampato miracolosamente ad un naufragio ed approdato nel luogo ove poi sorse la chiesa di S. Domenico (nel medesimo posto fu eretta una cappella in onore della Maddalena in ringraziamento dello scampato pericolo), datano in quel periodo la sua fondazione. La volta a crociera e gli arconi a sesto acuto della cappella appartengono al linguaggio gotico, ma non bastano, da soli, a dimostrarne una fondazione sveva. Dopo la morte di Manfredi, i nuovi sovrani angioini fecero completare la costruzione della chiesa verso la fine del secolo XIII con un intervento attribuito, in via ipotetica, al maestro Giordano di Monte Sant'Angelo. La nuova chiesa fu edificata in stile gotico a tre navate e con un ricco portale, abbellito da due leoni stilofori ritenuti di reimpiego dalla chiesa di S. Giovanni Battista della vicina Siponto.

Nel 1294, in aderenza alla chiesa venne costruito il convento dei Frati Predicatori Domenicani e per tale ragione essa venne chiamata di S. Domenico. Nel 1581 gli stessi Domenicani ridussero la forma dell'edificio sacro ad una navata centrale, mentre le due restanti navate laterali furono adibite a cappelle gentilizie, quella di sinistra, mentre quella di destra ad ingresso del convento.

A seguito del sacco turchesco dell'agosto 1620, la chiesa ed il convento subirono notevoli danni. L'interno della chiesa è molto ricco di epigrafi e di armi gentilizie, ma i veri gioielli sono i dipinti della "Pietà" e l'albero di "Jesse", che si trovano nella vecchia cappella della Maddalena, mentre lungo le pareti laterali della navata, su altari di marmo dallo stile barocco pugliese, su pale di tela, vi sono dipinti santi e madonne di autori ignoti.

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