Itinerario · Puglia e Basilicata: città d’arte e mete
Sulle tracce di Federico II: dalla Capitanata al Salento
Castelli, città, leggende e tradizioni accompagnano un itinerario regionale da Apricena a Otranto, distinguendo memorie medievali e successive trasformazioni.
Un itinerario attraverso città, castelli e memorie federiciane dalla Capitanata al Salento. Le tappe appartengono a territori diversi e non costituiscono un’escursione unica; l’accessibilità dei monumenti e i programmi degli eventi vanno verificati con i rispettivi gestori.
Apricena
Apricena è un centro estrattivo noto per la sua pietra e per la commercializzazione anche internazionale; i primati quantitativi dipendono dall’anno e dai criteri del confronto. Alla pietra di Apricena sono tradizionalmente associati impieghi in Castel del Monte e nel Palazzo Reale di Caserta legato a Vanvitelli; per attribuire con precisione i materiali di ciascuna fase edilizia occorrono riscontri specifici. Un riferimento contemporaneo è la chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo progettata da Renzo Piano.
Una tradizione collega il nome Apricena a una battuta di caccia al cinghiale seguita da una cena, interpretando Apricoena come «cena di cinghiale»: è un’etimologia leggendaria ed è evidente il richiamo nel gonfalone della città, dov'è raffigurato un cinghiale trafitto da una freccia. La città ha legato il suo nome a Federico II: la tradizione mette in rapporto lo sviluppo del borgo con la presenza della corte, senza che ciò dimostri una fondazione dal nulla. È nota, inoltre, la passione che l'Imperatore aveva per la caccia e questo territorio a quei tempi era ricchissimo di boschi, ambienti umidi e selvaggina. Le ricostruzioni locali ricordano tredici soggiorni dell’imperatore in città. La presenza imperiale si collega alla storia della ristrutturazione e dell’ampliamento del preesistente castello, quello che oggi chiamiamo Palazzo Baronale o Torrione. La tradizione storiografica locale colloca qui contatti per l’alleanza tra Federico II e i ghibellini della famiglia degli Ezzellino da Vicenza e, forse, ad Apricena si cominciò a discutere delle nozze tra Selvaggia di Svevia (figlia di Federico II) e Ezzelino III da Romano. Storicamente legato alla Domus Precina è l'antico insediamento, simbolico e assolutamente da visitare con il Borgo e la Rocca, conosciuto con il nome di Castel Pagano. “Rocca inespugnabile dai cui ruderi traspare ancora oggi la forza e la potenza imperiale, dominò dalla cima del monte, con le sue maschie torri a piombo e con le vetuste feritoie spiando minaccioso la pianura sottostante, subì, nei passati tempi, un fascino leggendario quasi pauroso”. Il grande imperatore Federico II amò questi luoghi, ricchi di selvaggina da cacciare con i falchi, guardiani instancabili del sito dall'alto del cielo. Fra le risorse turistico-culturali descritte figura la Mediateca Federiciana, ubicata presso Palazzo Paolicelli in Piazza Federico II. Si tratta di un museo multimediale tematico che, attraverso ricostruzioni storiche della vita di corte nei castelli Svevi della Capitanata medievale, permette al visitatore di rivivere quelle atmosfere che caratterizzarono la figura dell'imperatore Federico II e della sua epoca. Per gli appassionati di archeologia, è consigliata la visita al Museo Archeologico.
Torremaggiore e Castel Fiorentino
La storia di Torremaggiore è legata a quella del borgo medievale di Castel Fiorentino, i cui ruderi si trovano a 10km dall'abitato presso la strada provinciale San Severo-Castelnuovo della Daunia. Castel Fiorentino è passato alla storia perché ha accolto l'imperatore Federico II, deceduto nella sua domus il 13 dicembre 1250. La città fu colpita da un devastante terremoto nel 1627 che la rase quasi completamente al suolo.
Castel Fiorentino è un centro di Capitanata, disabitato da secoli, che storicamente conobbe la massima vitalità tra l'XI e il XIII secolo. Il paese era posto su un colle fortificato di forma allungata, ai cui estremi si elevavano un torrione normanno con la tipica forma del donjon, e un castello, anch'esso di origine normanna, ma trasformato in domus regia, dall'imperatore Federico II. Oggi non restano che rovine, ma gli scavi archeologici hanno riportato in luce gli ambienti del piano terra del palazzo federiciano. Nel dicembre del 1250 Federico II, durante una battuta di caccia nelle campagne della Capitanata, fu colto da febbre altissima. Le sue gravi condizioni non gli permisero di rientrare nella reggia di Foggia e si decise di ricoverarlo a Castel Fiorentino, la più vicina residenza imperiale. Secondo un racconto leggendario, in un momento di lucidità Federico II apprese di trovarsi nella sua Domus di Fiorentino e che il suo letto era stato collocato contro una porta murata con i battenti in ferro. Così gli tornò alla mente la profezia dell'astrologo di corte Michele Scoto che aveva predetto la sua morte sub flore: "morirete vicino la porta di ferro, in un luogo il cui nome sarà formato dalla parola fiore.". E pensare che anche per questo si dice che Federico non abbia mai voluto entrare in Firenze. Oggi Castel Fiorentino rappresenta uno splendido sito archeologico medievale fortemente suggestivo ed evocativo di un'epoca e del modo di vivere di una corte medievale come quella dell'imperatore svevo. Dell'antica fortezza bizantina, divenuta con Federico castello di caccia, non resta che una volta a crociera ogivale e un tratto delle murature. Solo la foto aerea permette di leggere la forma di una torre quadrata e di un palazzo addossato ad una torre circolare. Castel Fiorentino è luogo sacro alla memoria degli Svevi: sono oggi innumerevoli i turisti che vi si recano sulle tracce ancora esistenti di Federico II, Manfredi e Corradino. Nel 2007 è stato istituito il Parco archeologico di Fiorentino. La storia di Torremaggiore è raccontata anche nel Castello Ducale, dichiarato Monumento Nazionale dalla Direzione delle Belle Arti nel 1902.
Foggia
Nel sistema delle residenze federiciane, Foggia ebbe un ruolo centrale come sede della corte e dell’amministrazione. È documentato che l'Imperatore trascorresse gran parte dei mesi più freddi dell'anno tra la sua reggia imperiale di Foggia e le varie domus solaciorum disseminate in tutta la Capitanata.
Fondata dagli abitanti della colonia romana di Arpi, Foggia era anticamente conosciuta col nome di Fovea, forse ad indicare le fosse usate dai contadini come depositi di grano. Federico II di Svevia la elesse a sua residenza, ne ampliò la pianta, fece realizzare diversi edifici monumentali e nel 1223 eresse un magnifico Palazzo imperiale che divenne la sua reggia. Fu in questa sede che nel 1241 si spense la terza moglie di Federico II, Isabella d'Inghilterra. Dell'antica reggia imperiale oggi rimane solo l'archivolto, detto Arco di Federico, sorretto da due aquile e murato su una parete laterale di Palazzo San Gaetano (o Palazzo d'Arpi), sede del Museo civico. Sull'epigrafe del portale sono riportati i dati della costruzione del Palazzo (giugno 1223), gli anni di regno e di impero di Federico II e il nome del protomagister Bartolomeo, progettista ed esecutore dei lavori. Su di essa, inoltre, Foggia viene definita “inclita sede imperiale” (illustre sede imperiale). Presso il Museo civico è conservato un Augustale d'oro, moneta coniata dall'Imperatore per diffonderne l'immagine come successore di Cesare Augusto. Su di esse è incisa l'effigie di Federico con un mantello cesareo con l'alloro in testa e la scritta: IMP(erator)ROM(anorum) CAESAR AUG(ustus). Sul retro c'è l'immagine di un’aquila, simbolo degli Imperatori romani e svevi, e la scritta FRIDERICUS. Percorrendo la Via Arpi, in piazza Federico II, c'è la fontana di Pozzo Rotondo, collocata nel posto in cui esisteva l'antico pozzo utilizzato per alimentare le peschiere nelle quali l'Imperatore curava una riserva di capitoni e di cefali per i suoi banchetti. In Piazza Francesco De Sanctis, si trova la Cattedrale, dedicata a Santa Maria Icona Vetere, fondata nel XII secolo in epoca normanna e completata da maestranze federiciane. L'ordine inferiore del prospetto e il ricchissimo fregio in facciata, in stile romanico sono attribuiti a Bartolomeo da Foggia. All'interno, di particolare interesse è la Cappella realizzata nel 1672 per custodire una tempera su tavola raffigurante un'icona bizantina datata tra XI e XII secolo, detta Madonna dai Sette Veli e oggetto di grande venerazione.
Lucera
La storia di Lucera si intreccia con quella degli Svevi ed in particolare di Federico II, che fece della città una delle roccaforti del suo potere e vi trasferì, nel 1224, una colonia saracena dalla Sicilia. Lucera sorge su tre colli, dominando la piana del Tavoliere, sul più alto dei quali Federico II fece costruire la sua splendida dimora imperiale, il Palatium (1233), successivamente circondato dagli Angioini da imponenti mura a formare la maestosa fortezza che ancora oggi domina la città.
Lucera città d'arte è un importante centro culturale, che per la sua posizione strategica nel territorio conserva l'appellativo di Chiave di Puglia. Sul suo colle più alto, dove sorgeva l'acropoli romana, si estende la Fortezza Svevo-angioina, baluardo verso i monti dell'Appennino Dauno e osservatorio militare sull'intera distesa del Tavoliere. Tra il 1223 e il 1233, Federico II trasferì a Lucera consistenti nuclei di popolazione saracena dalla Sicilia e costruì il suo Palatium imperiale, segnando per la città il passaggio da insediamento "aperto" a città "murata". Dopo le sconfitte degli Svevi del 1266 e del 1268, gli Angioini costruirono una cinta muraria lunga 900 metri, in cui venne inglobato il sontuoso Palazzo federiciano, creando così una vera e propria “cittadella militare” autonoma. La cinta è rinforzata da numerose torri e resa inaccessibile da un profondo e largo fossato, che la separa dal paese e alle cui estremità si ergono la Torre della Leonessa e la Torre del Leone. All'interno della Fortezza Svevo-Angioina è possibile ammirare i resti del Palatium Federiciano, costruito da Federico II intorno al 1233, di cui oggi si conserva solo lo zoccolo di base, il muro a scarpa con le 9 feritoie per lato, corrispondente alla “galleria dei tiratori”, il piano del cortile con il bacino centrale che accoglieva la vasca di una fontana. Il Palatium esplicava per la sua configurazione formale e strutturale, una duplice funzione: all'esterno, quella di un vero e proprio castello, minaccioso ed inaccessibile; all'interno, quella di una fantastica e lussuosa dimora imperiale. Dopo la definitiva cancellazione della Luceria Saracenorum (24 agosto 1300), insieme alla fondazione di numerose chiese e conventi, iniziarono i lavori della Cattedrale dell'Assunta, elevata a Basilica Minore grazie a Papa Gregorio XVI nel 1834, e dichiarata monumento nazionale nel 1874. Al centro dell'abside, riccamente affrescato, si trova l'altare maggiore, costituito da una mensa in pietra di epoca federiciana proveniente dalla domus imperiale di Castel Fiorentino, luogo della morte di Federico II. Tra gli altri monumenti da visitare c'è l'Anfiteatro romano del I secolo a. C, preziosa testimonianza monumentale della Luceria romana, che sorge al margine orientale della città.
Troia
Sorta sul luogo dell'antica Aecae, fu importante sede vescovile al punto da conservare il privilegio di dipendere direttamente da Roma. Per questo, prima si oppose ai Normanni poi ne divenne fedele alleata. Troia ospitò ben 4 concili e un suo vescovo, Gualtiero Paleario, ricoprì sotto Enrico VI, padre di Federico II, la carica di Cancelliere del Regno di Sicilia, divenendo membro del Consiglio di reggenza durante la minorità di Federico II.
Nel 1139, dopo un'epica resistenza immortalata nel bronzo della porta minore di Oderisio, detta "della Libertà", Troia venne sottomessa dal primo re di Sicilia, Ruggero II. La pacificazione col nuovo regno durò solo fino alla morte di Enrico VI (1197), padre di Federico II, sovrano che ricompensò con molte elargizioni la fedeltà del popolo Troiano. Il conflitto riesplose sotto Federico II: l'intenzione dello svevo di rafforzare l’autorità regia e accentrare il governo doveva inevitabilmente scontrarsi con la tradizione guelfa, autonomista, libertaria della civitas troiana. Per domarla, Federico le contrappose Lucera e Foggia, ma senza risultati. E allora la espugnò, la rase al suolo e ne mise al bando gli abitanti. La popolazione rientrò in città solo dopo che Carlo d'Angiò, battuto Manfredi, divenne il nuovo re di Sicilia. L'antica struttura urbana è ancora oggi ben rappresentata dall'asse viario longitudinale, elemento caratterizzante della sua planimetria che taglia in due la cittadina, e dalla Cattedrale, che costituisce il suo baricentro. Della prosperità e dell'importanza raggiunte resta intatta la testimonianza della Cattedrale. Dedicata alla Beata Maria Vergine Assunta, è un capolavoro del romanico pugliese per l'armonia con la quale in essa si fondono reminiscenze bizantine e arabe, strettamente coniugate ad una chiesa “latina”. Organizzata nella classica forma a tre navate fu fondata nel 1093 dal Vescovo Guglielmo II; l'interno è scandito da due colonnati impreziositi da marmi pregiati, mentre la sua facciata si impone per la bellezza e l'armonia con la quale si contrappone il livello inferiore e la levità di quello superiore, nel quale campeggia lo stupendo rosone a undici raggi del XIII secolo lavorato a traforo. Da visitare, nel seicentesco ex Convento delle Benedettine, il Museo Ecclesiastico Diocesano (MED), organizzato in sale tematiche lungo il perimetro porticato dell'antico chiostro: di grande pregio è il capitello detto “delle Quattro Razze”, testimonianza federiciana delle conoscenze etnoantropologiche dell'epoca, forse già elemento di sostegno di un pannello di tabernacolo insieme ad un altro capitello gemello conservato nel Metropolitan Museum di New York.
Bovino
Bovino fa parte del club dei “Borghi più belli d'Italia” e racchiude al suo interno sette chiese. Per la sua posizione strategica nei collegamenti tra Adriatico e Tirreno, posta a confine tra Puglia e Campania, nel corso dei secoli è stata più volte distrutta e ricostruita. Durante la dominazione di Federico II, visse un periodo di tranquillità e prosperità, passando poi agli Angioini e successivamente a vari feudatari.
La città fondata dai Dauni, ebbe un ruolo importante durante le lotte sannitiche contro i Romani, dai quali venne distrutta e ricostruita col nome di Vibinum, ottenendo il riconoscimento di città municipale. Distrutta ad opera dei longobardi, venne ricostruita con mura difensive e strade tortuose e strette, tuttora visibili nei quartieri più antichi. Dopo aver attraversato l'arco che porta nel cuore del borgo antico, si incontra la sobria e imponente figura “a capanna” (caratterizzata dal profilo a due spioventi) della Basilica Cattedrale, sulla cui facciata nel 1231 il maestro Zano, proveniente dalla Gallia, impresse quel linguaggio scultoreo del Duecento, successivo alle prime affermazioni del romanico in Puglia. L'edificio, con chiari elementi bizantini, presenta l'ingresso principale delimitato da due piedritti, che sorreggono due mensole con motivi floreali scolpiti nella pietra calcarea. Sulla sommità di uno dei colli di Bovino, a 647 metri di altitudine, si erge il Castello, ricostruito dal conte normanno Drogone di Lorentello, che lo innalzò sulle rovine di una rocca romana; esso fu successivamente ampliato e terminato da Federico II di Svevia. Della costruzione normanna resta la massiccia torre cilindrica che si innesta sullo spigolo dell'antico Cassero, posta “a cavaliere” su uno sperone tronco piramidale. Il maestoso Castello dall'alto di una roccia domina le costruzioni di epoca posteriore ed ha un bel cortile interno sul quale s'innalza la Torre dell'orologio, in forma quadrata, con cella campanaria ottagonale. Sulla destra vi è il Palazzo ducale, costruito dai potenti duchi De Guevara e abitato fino al 1961 dai discendenti della dinastia spagnola. Nel seicento era una delle più belle dimore patrizie del meridione: nei suoi saloni dalle volte a cassettoni hanno trovato ospitalità Torquato Tasso, Giovan Battista Marino, Maria Teresa d'Austria, Papa Benedetto XIII. Ad una quota inferiore, addossato alla facciata esterna del Palazzo, il bellissimo giardino pensile che presenta una significativa varietà di piante e arbusti. Disegnato nello stile tipico dei giardini all'italiana, è ornato da alcune statue femminili, busti e fontane.
Deliceto
Deliceto si identifica con l'imponente castello normanno svevo, costruito intorno al 1100, che domina dall'alto una profonda gola. Edificato dai Normanni per ragioni militari intorno al 1073, fu ampliato da Federico II che ne fece un centro fortificato per il controllo del territorio.
Molto probabilmente il primissimo embrione dell'abitato di Deliceto è stato il rione detto Pesco, fatto di grotte, oggi adibite prevalentemente a cantine, scavate nel frontone dello sperone Elceto che si affaccia sulla via che scorre sotto il castello in zona "molo". Il castello spicca per l'alta e imponente torre di origine normanna a base quadrata, che sovrasta le case disposte tutto intorno a forma di semicerchio. Dallo stesso versante vi è l'ingresso principale che un tempo affacciava sul fossato con il ponte levatoio, oggi sostituito da una rampa. Sul portone di ingresso è collocata una pietra con lo stemma della famiglia Piccolomini. Sul retro si ergono altre due torri circolari. Il castello, riconosciuto monumento nazionale nel 1901, è oggi di proprietà comunale; l’accessibilità dei suoi ambienti deve essere verificata. Sotto i Piccolomini, nel XV secolo, sorse il Convento di Santa Maria della Consolazione in località “Valle in Vincolis” su richiesta del monaco agostiniano Felice da Corsano. Il Convento immerso nella natura, a 5 km dal centro abitato, ha rappresentato negli anni un luogo mistico di grande importanza storica religiosa per l'intero territorio, ospitando illustri ed insigni santi, tra cui per 2 anni Sant'Alfonso Maria de’ Liguori e per 5 anni San Gerardo Maiella.
Sant’Agata di Puglia
Sant'Agata di Puglia, che la tradizione vuole di origine longobarda, vide formarsi il primo insediamento intorno al Castello con i Normanni. Ambita dai Bizantini, che qui eressero una torre per scopi militari, successivamente passò sotto il dominio degli Angioini che ne fortificarono il castello. Il paese, detto “loggia delle Puglie”, ha la forma di piramide alla cui cima si trova il castello imperiale di Federico II.
Durante la dominazione sveva, la provincia militare era denominata "Castellania". L'impianto urbanistico della cittadina conserva la struttura medievale; si è sviluppato in forma spiraliforme a partire dal castello verso valle in un progredire di vicoli, ripide scalinate, archi, torrette, campanili, case con caratteristici portali, fino all'ultima cinta di cui l'entrata era la Porta Nuova con le chiese posizionate sui lati del paese. Oggi Sant’Agata conserva ancora la doppia cinta muraria: la più antica, racchiude il Castello di epoca Longobarda restaurata in seguito dai Normanni e rinforzata dagli Svevi e dagli Angioini; la seconda cinta muraria racchiudeva la cittadella con l'Arco della Porta Nuova. È il primo paese pugliese ad aver ottenuto la Bandiera Arancione (2002), il marchio di qualità turistico-ambientale che il Touring Club Italiano assegna alle località dell'entroterra. Il Castello di Sant'Agata è un ottimo osservatorio e punto strategico, dominante la valle del Calaggio, i confini dell'Irpinia, della Lucania e della Daunia, e posto proprio allo sbocco dei valichi campani verso la Puglia. Con Federico II si ha modo di comprendere la vera importanza che ha ricoperto il Castello. Infatti il 5 ottobre del 1239 l'Imperatore trovandosi a Milano, tramite il suo segretario Pier delle Vigne, inviò ai provvisori regionali dei suoi castelli privati un mandato, con il quale includeva quello di Sant'Agata fra i castra exempta ("castelli esentati"), ritenuti di primaria importanza sia a scopo difensivo sia come residenze imperiali. Per essi si riservò personalmente la scelta e la nomina dei castellani. Il Castello di Sant'Agata di Puglia è stato acquistato dall'Amministrazione Comunale che, dopo averlo restaurato, dall'agosto del 2000 lo ha trasformato in un bene culturale aperto al pubblico.
Ruvo di Puglia
Il nome Ruvo è stato accostato al latino rupes, «roccia», ma questa interpretazione etimologica non è una derivazione dimostrata. La città fu anticamente abitata dalle genti peucete, che ne fecero un attivo e florido centro tra il IV e il III secolo a. C, ma già dal IX secolo a. C. si hanno reperti che attestano insediamenti più antichi.
Nel III secolo a. C. Ruvo intrattenne scambi commerciali e culturali con la Magna Grecia, l'Etruria e la Grecia. Divenne importante centro economico per gli scambi di olio e vino e sviluppò una fiorente attività di produzione di vasellame da trasporto e da servizio. A seguito delle guerre Sannitiche e di quella contro Taranto, la città entrò nell'orbita d'influenza Romana, per poi divenire nella tarda Repubblica stazione militare e in seguito municipium. A testimoniare l'importanza strategica della città vi è il fatto che essa è attraversata dalla via Traiana. Dopo la caduta dell'Impero Romano, Ruvo divenne dominio bizantino. Successivamente seguì le sorti del Regno di Napoli subendo le dominazioni degli Angioini e degli Aragonesi. Nel 1510 il feudo comitale di Ruvo fu acquistato dal cardinale Oliviero Carafa. Le successive vicende della famiglia collegarono Ruvo e Andria; l’unione ricordata nel 1522 seguì la morte del cardinale, avvenuta nel 1511. La città rimase fino al 1806 sotto il dominio dei Carafa, diventando poi libero municipio. Da visitare la famosa Cattedrale, uno dei più noti esempi di romanico pugliese. Fu costruita tra il XII e il XIII secolo, durante il dominio normanno, e rappresenta oggi il vero gioiello del centro storico. La facciata è a capanna con tre portali: di grande pregio quello centrale, fiancheggiato da due colonnine sormontate da grifi e rette da leoni stilofori, a loro volta sostenuti da telamoni. La facciata è adornata con manufatti lapidei: la sua decorazione migliore è la bifora col bassorilievo dell'Arcangelo Michele che sconfigge il demonio e il rosone a dodici colonnine sovrapposte ad una lamina metallica lavorata al traforo in una bottega del secolo XVI. Sopra il rosone si trova il “sedente”, la cui identificazione con Roberto II di Bassavilla resta un’ipotesi; al culmine della facciata la statuetta del Cristo Redentore che regge una bandiera segnavento. Per via delle sculture e di un'iscrizione del 1237, la Cattedrale è ritenuta una costruzione sveva. Le sculture sono ritenute “esempi tipici del classicismo federiciano”; una di queste è stata interpretata come Federico II o suo figlio Manfredi, senza identificazione certa. Da non perdere, la visita al Museo Archeologico Nazionale Jatta, con accesso dal n°35 di Piazza Bovio, ingresso principale dell'omonimo palazzo.
Gravina in Puglia
Gravina di Puglia, la «Grana dat et Vina» (offre grano e vino) soprannominata “Giardino di Delizie” dall'Imperatore Federico II di Svevia, che qui fece costruire un castello dimora di caccia. Città contesa tra Puglia e Basilicata, che ha sempre goduto di una favorevole posizione geografica.
Le prime tracce di insediamenti abitativi risalgono al quinto millennio a. C. Le intense relazioni con il mondo greco contribuirono allo sviluppo culturale ed economico della città. Il tramonto della civiltà greca portò Gravina all'isolamento dal mondo esterno. Ne sono testimonianza la costruzione di possenti mura difensive. Nel 305 a. C. venne conquistata dai romani e prese il nome di “Silvium”, diventando un importante centro agricolo e commerciale, fino al devastante arrivo dei Vandali. La distruzione costrinse gli abitanti a rifugiarsi presso alcune grotte lungo il torrente Gravina, dando vita ad una splendida Civiltà Rupestre. Prima dell'arrivo dei Normanni nel 1069, viene fortemente contesa tra le numerose signorie che governano l'Italia Meridionale. Solo con l'arrivo dei Normanni la città rivive lo splendore artistico e architettonico. Adorata da Federico II come opulenta stazione venatoria, in epoca sveva Gravina diventò anche un importante centro religioso e fu sede della Curia Generale di Puglia e Basilicata. Sul dorso di un colle, a circa un chilometro dall'abitato, sorge il Castello Svevo, edificato attorno al 1231 da Federico II di Svevia, la cui progettazione è tradizionalmente attribuita a Fuccio, architetto e scultore, come un vero e proprio «parco per l'uccellagione», adibito all'arte venatoria che l'imperatore era solito praticare nel territorio gravinese. Il Castello, assieme alla domus di Foggia, ai castelli di Lucera e Castel del Monte, risulta essere una delle costruzioni federiciane erette ex-novo. La domus di Gravina può considerarsi senza dubbio uno dei loca solaciorum, che Federico prediligeva e nei quali spesso risiedeva con la sua corte. Inoltre, l'imperatore la destinò ad ospitare due volte l'anno le riunioni della Curia generale, nel corso delle quali i giustizieri delle province rendevano conto del loro operato. Oggi del castello restano soltanto i ruderi e le suggestioni dell'epoca imperiale. D'obbligo una sosta in Piazza Benedetto XIII per visitare la bellissima Cattedrale, di fondazione normanna e documentata già nel 1092. Crollata nel XV secolo, fu ricostruita grazie agli Orsini in stile romanico e rinascimentale.
Altamura
Le origini della città si perdono nella leggenda. Un antico racconto la farebbe risalire ad Antello, un eroe di Troia, il quale con Enea fuggì dopo la distruzione della città. Mentre Enea aveva proseguito le sue peregrinazioni fino al Lazio, Antello si sarebbe fermato qui, dando origine alla città di Altilia (Alter Ilium: altra Troia). Altamura è soprannominata “Leonessa di Puglia” per essersi difesa tenacemente dall’occupazione Borbonica (1799).
La rinascita medievale di Altamura è legata a Federico II, come ricorda il motto dello stemma (Federicus me reparavit). La rifondazione rispondeva a obiettivi militari ed economici: la città era difesa da un castello e da una nuova cinta muraria. Forse in segno di riconoscenza per il soccorso che avevano ricevuto i suoi soldati ammalati mentre lui si recava per la crociata in Terra Santa o forse, secondo altri, a causa della posizione salubre, l’Imperatore rifondò la città, la ripopolò e la chiamò Altamura, utilizzando un toponimo preesistente, dovuto alla presenza delle mura megalitiche. Passeggiando a piedi nel centro storico, lungo il Corso Federico II di Svevia, incontriamo la Cattedrale di Altamura, dedicata all'Assunta, vero e proprio simbolo religioso, civile e storico della città. È un’importante fondazione religiosa federiciana, accanto alle numerose opere civili e militari associate all’imperatore. Fu lui a volerne la costruzione nel 1232 secondo l'arte e l'architettura romanica del tempo anche se non ne vide l'ultimazione. Solo nel Trecento, a più di cinquant'anni dalla morte dell'Imperatore, la Cattedrale poté fregiarsi del magnifico portale, uno dei più belli di Puglia. Federico II la concepì come un unicum architettonico, al pari di Castel del Monte e ne fece un unicum anche dal punto di vista giuridico perché la rese libera da ogni giurisdizione vescovile; la tolse, infatti, al potere del vescovo della vicina Gravina e la mise alle sue dirette dipendenze, come chiesa palatina, cioè direttamente legata all’autorità del sovrano, non necessariamente collocata dentro un palazzo reale. Le tracce dell'Imperatore sono evidenti anche nelle Masserie Regie, risalenti al periodo Normanno-Svevo. È a questi manufatti abitativi che si ispira la costruzione della Masseria Jesce, situata nella contrada da cui prende il nome, a 10 Km dal centro abitato sulla S. P.41 Altamura - Laterza, in prossimità dell'antico tracciato della via Appia. Da non perdere, il Museo Nazionale Archeologico, che presenta un percorso museale dal titolo “Il Popolamento Antico dell'Alta Murgia”.
Gioia del Colle
Nella tradizione leggendaria legata all’imperatore, Gioia del Colle viene ricordata per aver ospitato in una torre del suo splendido castello, Bianca Lancia d'Agliano, presentata dal racconto come il grande amore di Federico II e madre di Manfredi.
La posizione geografica del territorio di Gioia del Colle ha favorito lo stanziamento dell'uomo fin da epoche remote, risalenti all'Età Neolitica. Le testimonianze storiche più importanti risalgono invece al IX secolo. Il viaggio sulle orme di Federico II ha una sua tappa d'obbligo al Castello di Gioia del Colle, in Piazza dei Martiri. Il primo nucleo fu costruito dai Bizantini verso la fine del IX sec. La struttura fu ampliata in epoca normanna con la costruzione del torrione quadrangolare attribuita a Roberto Siniscalco, primo feudatario di Gioia, e fu completamente ristrutturata da Federico II. Per tutta l'età sveva il Castello fu sede di una guarnigione militare e solo alcuni ambienti erano lasciati a disposizione del sovrano. Nel 1250 vi fece sosta il corteo funebre di Federico II. In età angioina ed aragonese seguirono limitati interventi di ampliamento e modifica. All'epoca sveva risalgono la sistemazione del cortile, i corpi di fabbrica relativi ad esso e la Torre dell'Imperatrice. Tra il XVII ed il XIX secolo fu soggetto a profonde trasformazioni da parte delle famiglie gentilizie che vi ebbero dimora: Acquaviva d'Aragona, De Mari, Caracciolo. Il Castello presenta due torri quadrangolari simili tra loro, ma costruite in epoche diverse, chiamate “Torre De Rossi” e “Torre Imperatrice”. Secondo una leggenda, sotto la torre sud-orientale del Castello c'era una prigione, dove Federico II confinò Bianca Lancia, sua amante in attesa del figlio illegittimo Manfredi. Dopo aver partorito e prima di morire, la donna si troncò le mammelle e le inviò insieme al neonato a Federico. Si narra che il suo corpo fu tumulato nella prigione, ma della tomba non resta alcuna traccia. Sono invece visibili due rotondità a forma di seni, scolpite su un blocco di pietra ad altezza d'uomo lungo la muratura interna di levante. A fine Ottocento il gioiese don Daniele Eramo acquistò il Castello dalla marchesa di Giovinazzo. Poi passò al marchese di Noci Orazio De Luca-Resta, che lo fece restaurare. Fu acquistato dallo Stato nel 1955 e dal 1977 ospita il Museo archeologico nazionale. All'interno è possibile visitare la famosa Sala del Trono, fantasiosa ricostruzione del 1909.
La mozzarella fiordilatte
La nascita della mozzarella nel territorio a sud di Bari pare sia avvenuta intorno alla seconda metà del XVIII secolo, in casolari sparsi nei numerosi boschi della Murgia. La mozzarella, in quel periodo, era presente solo sulla tavola dei latifondisti e arricchiva la loro mensa in occasione delle feste tradizionali. Un racconto locale, privo qui di una datazione precisa, ricorda che un venditore ambulante cominciò a vendere saporitissime mozzarelle nella stazione ferroviaria di Gioia del Colle, reclamizzando a gran voce quel formaggio delicato, molto fine e con caratteristiche organolettiche di eccezionale bontà. Ormai lo strillone non c'è più, ma la mozzarella di Gioia del Colle ha varcato i confini regionali ed è il vanto della tradizione gastronomica locale.
Bari
A lungo contesa tra Bizantini, Longobardi e Saraceni, Bari conobbe il periodo più prospero sotto i Normanni e il suo porto divenne uno dei principali porti d'imbarco per le Crociate. Nel 1156 il re normanno Guglielmo I, detto il Malo, devastò Bari: l’episodio non segnò la fine del dominio normanno. La basilica di San Nicola fu risparmiata. Gli Svevi la ricostruirono e sotto Federico II visse uno dei periodi più splendidi; il sovrano diede impulso all'economia della città e alla sua Corte fiorirono le arti e la cultura.
Città dalle origini antichissime, Bari era stata sede di gastaldi longobardi ed emiri musulmani, quindi capitale del thema di Longobardia con i Bizantini. Nel III secolo a. C. la città era già un fiorente porto della Peucèzia, il territorio che occupava la parte centrale dell'Apulia. Dopo aver resistito a lungo alle invasioni dei greci, fu conquistata dai Romani ed ebbe la qualifica di "Municipium", divenendo un importante centro commerciale. Subì assalti da parte dei pirati saraceni e fu di dominio bizantino fino al 1071, quando il normanno Roberto il Guiscardo conquistò la città. Visse il suo periodo più florido grazie all'illuminato Federico che rilanciò l'economia, ma anche l'arte e la cultura. L'imperatore riedificò il Castello sulle antiche fondamenta romane e sulle massicce costruzioni normanne, completando il suo disegno di munire la costa di torri di difesa. Il Castello Svevo è il lascito artistico di Federico II alla città. Circondato da un grande fossato, lascia intendere la sua funzione difensiva. Presenta frammenti di affreschi del XV secolo e resti di una probabile raffigurazione in pietra dello stesso Federico II. Sull'archivolto del portale, Federico fece scolpire l'aquila imperiale che stringe trionfante la preda tra gli artigli. Fu proprio in questo Castello che, secondo la tradizione, avvenne l'unico incontro tra il fraticello di Assisi, San Francesco e l'Imperatore svevo, che dopo averlo messo alla prova si persuase che il Santo era veramente un uomo di Dio. Da visitare, nel cuore di Bari vecchia, la Cattedrale di San Sabino, il cui altare maggiore venne consacrato nel 1233 alla presenza di Federico II e dell'arcivescovo di Palermo Bernardo Costa, grande amico dell'Imperatore. La Cattedrale ripete l'architettura della vicina Basilica di San Nicola, imponente costruzione fondata nel 1087 dall'abate benedettino Elia nell'area originariamente occupata dal praetorium bizantino, con lo scopo primario di accogliere le reliquie del Santo trafugate a Mira da marinai baresi. La cripta è il cuore pulsante della basilica, luogo della reposizione delle venerate reliquie, nonché luogo simbolico nel quale le chiese d'Oriente e d'Occidente si incontrano nel nome di San Nicola.
San Nicola
Per Bari San Nicola è più di un semplice patrono. La città e il santo sono indissolubilmente legati da quando, 62 marinai baresi trafugarono la salma del santo a Myra in Turchia, caduta in mano dei Mussulmani, rientrando trionfalmente a Bari il 9 maggio del 1087. Qui venne edificata la Basilica di San Nicola e le reliquie del santo furono poste sotto l'altare maggiore della cripta. Solenni i festeggiamenti in suo onore: si inizia il 7 maggio con il corteo storico che rievoca l'arrivo delle reliquie per poi proseguire il giorno dopo con la suggestiva processione in mare.
Bitonto
Famosa fin dall'antichità per l'eccellenza del suo olio, Bitonto fu legata a Sparta e poi divenne municipio romano con il nome di Butuntum, lungo la via Traiana. Con Federico II mantenne il suo status di "Civitas specialis" e fu uno dei luoghi di concentrazione di collette e tasse. Lo Svevo la espugnò al ritorno dalla crociata nel 1229 per essersi schierata con il Papa, e suo figlio Corrado IV la conquistò nel 1252 dopo la sua morte.
Alcuni millenni prima di Cristo, sull'ansa del solco carsico lasciato dal torrente Tiflis, si formò il primo insediamento umano di Bitonto. Intorno all'anno Mille, sotto gli Altavilla, Bitonto divenne una sorta di contea feudale. Riacquistò autonomia con i normanni di Sicilia (Ruggiero II, Guglielmo I e II) e divenne un centro importante tanto che venne avviata la costruzione dell'imponente Cattedrale sulle vestigia di quella paleocristiana e alto medievale. Artefice di questo straordinario sviluppo fu il concittadino Maggiore che ascese alla suprema carica di regio giustiziere dopo il 1156, con la conquista e il saccheggio di Bari da parte di Guglielmo il "Malo". Oggi Bitonto vanta una delle più belle cattedrali romaniche della Puglia, restituita allo splendore di un tempo e avviata in età normanna, prima del regno di Federico II. L'inserimento di Bitonto tra le città di interesse federiciano non è casuale: infatti, al di là dell'indiscutibile interesse per una cittadina ricca di chiese e palazzi nobiliari di ogni epoca, le tracce dell'imperatore Federico II ci conducono proprio nella Cattedrale Santa Maria Assunta e S. Valentino, costruita tra XII e XIII secolo secondo il modello della basilica di S. Nicola di Bari. Simbolo del legame di questo edificio alla figura di Federico II è l'ambone al suo interno, uno dei pezzi più celebrati della scultura pugliese. Esso mostra quattro personaggi tradizionalmente identificati come membri della famiglia sveva, uno seduto e tre in piedi, ed un uccello piumato (forse un'aquila): Federico I Barbarossa, nell'atto di trasmettere lo scettro ad Enrico VI, e di seguito Federico II ed il figlio Corrado, in una sorta di celebrazione per immortalare la dinastia. La visita alla Cattedrale di Bitonto è il punto di partenza di un affascinante itinerario nel suo centro storico, alla scoperta dei suoi tesori: il Torrione Angioino, sede della Galleria d'Arte Contemporanea, Palazzo Rogadeo, con il Museo Civico, e il Museo Archeologico De Palo Ungaro. Da non perdere la Galleria Nazionale "Devanna", che ha sede nel cinquecentesco palazzo Sylos Calò.
Sannicandro di Bari
Sorta sul luogo di un abitato peuceta, dal IV secolo divenne colonia di Roma e rimase tale fino alla caduta dell'Impero Romano. Nel Medioevo fu contesa da Longobardi, Bizantini e Saraceni. Sotto i Normanni divenne Baronìa e fu possesso del Capitolo di San Nicola di Bari fino all'abolizione del feudalesimo. Il legame di questa città con Federico II si attribuisce all'ampliamento da parte dell'Imperatore del preesistente Castello, probabilmente avvenuto nel 1242.
I reperti archeologici rinvenuti testimoniano che il territorio di Sannicandro fu colonizzato già in età magno greca. Alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, dopo alterne lotte, finì nella sfera dei Longobardi, che nel 585, per difendersi dai Bizantini, costruirono un circuito di mura intorno al villaggio ed un castello al suo interno. A partire da quel momento, il piccolo casale fu chiamato "Castrum Mezardi". L'imperatore bizantino Costante II lo distrusse, riducendolo ad un ammasso di rovine, ma già nell'VIII sec. un gruppo di monaci basiliani, fuggiti dall'oriente in seguito alla persecuzione iconoclasta, scelsero Castel Mezardo come luogo adatto per fissare la loro dimora e vi costruirono una Chiesa dedicata a San Nicandro, vescovo e martire di Myra. "Castrum Mezardi" fu per questo ribattezzato "Sannicandro". La città conserva gelosamente le tracce di un passato intimamente legato all'epoca normanno-sveva, che attraverso cattedrali, castelli e “domus”, meraviglia e affascina ancora oggi. Emblema di una fase storica tanto importante è il Castello normanno-svevo. Un castello medievale che si eleva nella parte Sud - Ovest dell'abitato, al centro della zona storica, isolato da una strada che corre sulla superficie di colmatura dell'antico fossato svevo. È composto da due parti distinte tra di loro costruite in epoca differente dai bizantini e dagli svevi. È ritenuto un castello di difesa dalle invasioni saracene posto a guardia delle popolazioni del borgo di Sannicandro. Un tempo la fortezza era dotata di otto torri di fortificazione delle quali ne sopravvivono solo sei, mentre dell'architettura normanno-sveva, oltre ai due magnifici portali che conservano rispettivamente uno i fori per i quali passavano le catene del ponte levatoio e l'altro lo stemma dei principi Grimaldi, restano i locali della Falconeria. Oggi la visita guidata al Castello normanno-svevo di Sannicandro di Bari consente una vera e propria immersione nella quotidianità del XII e XIII secolo, con le spiegazioni sulla storia, l'araldica e la simbologia, e un affascinante viaggio tra religione e astronomia, principi, dame e i cavalieri.
Un’ipotesi sulle origini delle orecchiette
Un’ipotesi di storia gastronomica, non una dimostrazione conclusiva, propone che le orecchiette abbiano avuto origine nel territorio di Sannicandro, durante la dominazione normanno-sveva, tra il XII e il XIII secolo, grazie all’atteggiamento di protezione nei confronti della comunità israelitica locale. Secondo il professor Luigi Sada, è possibile la loro derivazione da alcune ricette della tradizione ebraica, come le “orecchie di Haman” - l’antagonista del libro di Esther - che ritroviamo, ad esempio, in alcuni dolci sefarditi.
Taranto
Due città e due mari fanno di Taranto un'unica gemma preziosa adagiata sul Mar Ionio. La Città Nuova, saldamente ancorata alla terraferma, e l'isola della Città Vecchia separano la Baia del Mar Grande dal Mar Piccolo, comunicante tramite il Ponte Girevole e quello “di Pietra”. Da qui fu imbarcata la salma di Federico II nel dicembre del 1250 dopo aver attraversato quasi tutta la Regione in solenni funerali, diretta a Palermo per la tumulazione nel maestoso sarcofago del Duomo.
Le origini di Taranto si perdono nella notte dei tempi e numerosi reperti archeologici attestano la frequentazione del territorio già nel IV millennio a. C. Secondo alcuni storici la città fu fondata nel 706 a. C. da coloni provenienti dalla città greca di Sparta. Nei secoli successivi, grazie alla sua posizione strategica, divenne uno dei porti più importanti del Mediterraneo e ancora oggi rappresenta uno degli scali principali di tutte le rotte mediterranee. Divenuta una delle principali città della Magna Grecia, Taranto fu molte volte al centro di guerre per il suo possesso e dopo essere passata sotto il dominio dei romani, decadde inesorabilmente nel momento in cui crollò l'Impero Romano. Nel periodo angioino - aragonese la città fu fortificata per prevenire le incursioni dei turchi. Poche sono invece le costruzioni religiose di questo periodo. Parte delle fortificazioni della città vecchia fu demolita per regio decreto dal re Vittorio Emanuele II di Savoia. Capolavoro d'arte è la Città Vecchia, dedalo di vicoli e scrigno di tradizioni millenarie, in cui coesistono umili dimore e palazzi gentilizi dagli evidenti tratti spagnoleggianti, cappelle popolari e maestose chiese e conventi. La cattedrale di San Cataldo conserva fasi medievali e trasformazioni barocche: la facciata appartiene alla trasformazione barocca. Al suo interno è divisa in tre navate, separate da colonne con capitelli di varia origine. Di particolare pregio il mosaico pavimentale e la cappella di San Cataldo, che custodisce le reliquie del santo patrono. Il viaggio alla scoperta delle chiese di Taranto è un vero e proprio cammino sulle orme della spiritualità, che va dalla Cattedrale, all'imponente Chiesa di Maria SS. del Monte Carmelo, fino alla Cripta del Redentore, uno dei monumenti più importanti del Borgo Nuovo. Da non perdere il Museo Archeologico Nazionale che custodisce i famosi Ori di Taranto, testimonianza della lavorazione orafa della Magna Grecia. Merita una visita il Castello aragonese, splendida costruzione affacciata sul mare, commissionato da Ferdinando d'Aragona verso la fine del XV secolo. Fu edificato sulle basi di una struttura normanno-svevo-angioina realizzata per la difesa della città.
Gli ori di Taranto
I tesori della Taranto colonia di Sparta, sontuosa capitale della Magna Grecia, sono custoditi nel MARTA, Museo Nazionale Archeologico. Gli ori di Taranto, ricordati anche per esposizioni a Parigi, Amburgo e Tokyo, costituiscono una raccolta di oreficerie. Le collezioni del museo comprendono inoltre ceramiche e terracotte che consentono una lettura delle tradizioni funebri, dell'arte della guerra, del ruolo dello sport, dei commerci, della cura per l'eleganza nella Taranto antica. Eccezionale è la sezione dedicata all'arte orafa della Taranto ellenistica (IV - II sec. a. C.). Fra i pezzi in esposizione da segnalare il diadema in oro e pietre dure della tomba di Canosa e gli orecchini a testa di leone.
Oria
Oria sorge lungo l'antico tracciato della via Appia. Di origine messapica, raggiunse il massimo sviluppo nel periodo del dominio romano. Dopo il crollo dell'Impero, la città fu ridimensionata ed i suoi abitanti si rinchiusero nel borgo fortificato, subendo il potere dei bizantini prima e la conquista di Roberto il Guiscardo poi, per passare infine sotto il controllo degli svevi di Federico II. Morto l'ultimo erede svevo, Oria divenne parte del principato angioino di Taranto.
La città ha origini antichissime: secondo un racconto di origine riferito da Erodoto, non una cronologia archeologica certa, fu fondata in età antica da un gruppo di Cretesi di Minos scagliati sulle spiagge joniche da una tempesta e poi trasferitisi sulle alture dell'entroterra. La città fu Municipium romano e poi assoggettata ai greci, ai longobardi, ai bizantini, divenendo teatro di numerose battaglie. Agli inizi del XIII secolo, l'imperatore Federico II la dichiarò città demaniale e diede il via a un'imponente opera di fortificazione culminata nella costruzione di un castello nella parte alta della città. Il Castello di Oria, ''gigantesco gioiello di pietra'', fu edificato tra il 1225 e il 1233, per ordine dell'Imperatore Federico II, sui ruderi dell'antica acropoli messapica. Il Puer Apuliae, in attesa di Isabella di Brienne che avrebbe sposato nella cattedrale di Brindisi, decise di insediarsi nel maniero più vicino al porto di Brindisi, dove qualche mese dopo sarebbe sbarcata la figlia di Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme, che l'imperatore aveva già da tempo accolto nella sua fastosa corte. Proprio per onorare la presenza del padre della promessa sposa (che gli avrebbe portato in dote la corona di Gerusalemme senza colpo ferire) e rendere partecipe dell'evento la gente della “fida et nobilissima cittade d'Orea” (oltre alla sua imponente Corte), secondo il racconto assunto dalla rievocazione moderna, l’imperatore svevo avrebbe bandito un “Torneamento” tra i quattro antichi rioni: Castello, Judea, Lama e Santo Basilio. Più che un castello, quello di Oria ha tutta l'aria di un recinto fortificato, che si adegua alla cima della collina su cui è situato assumendo una forma triangolare caratterizzata da tre torri definite ''Quadrata'', ''Del Cavaliere'' e ''Del Salto''. Nei secoli è stato dimora di principi, cavalieri, marchesi e baroni, oltre ad essere meta di studiosi provenienti da tutto il mondo. Molti i luoghi di interesse storico, artistico e culturale da visitare: oltre al castello svevo, le chiese rupestri edificate a seguito delle invasioni straniere nel centro abitato della città, la Basilica SS Maria Assunta, la torre Palomba, detta anche Carnara, costruita dai Messapi e parte di una più ampia cinta di fortificazione della città.
Corteo storico e Torneo dei Rioni
Il Corteo storico di Federico II e il Torneo dei Rioni sono una rievocazione moderna avviata nel 1967, tradizionalmente proposta in agosto. Date e programma dipendono dalla singola edizione. Il percorso tradizionalmente descritto prevede centinaia di figuranti in costume che sfilano lungo le principali vie cittadine, per l'occasione fastosamente addobbate con i vessilli dei quattro rioni, per concludersi in Piazza Manfredi, dove l'araldo leggerà il bando emanato dell'Imperatore. Nel Torneo dei Rioni, gli atleti ed i cavalieri si sfidano per conquistare il maggior numero di punti durante cinque prove (ariete, botte, forziere, gara del ponte, velocità e destrezza).
Mesagne
Mesagne è senza dubbio un prezioso tesoro che la Puglia custodisce. La città è ricca di testimonianze storiche di grande interesse. Con Federico II di Svevia il castrum di Mesagne ricoprì la funzione, insieme a quello di Oria, di proteggere la Via Appia tra Taranto e Brindisi. Manfredi, figlio di Federico II, fece restaurare il castello nel 1256 dopo la distruzione subita dalle sue truppe di Saraceni due anni prima.
La sua posizione leggermente elevata in un territorio fertilissimo può spiegare perché nella seconda età del Ferro i primi colonizzatori japigi la scelsero come insediamento. Le fonti testimoniano di una città in cui sono impressi i segni della civiltà messapica. I Romani nel 266 a. C. ricalcarono il disegno messapico e le strade di Mesagne, con l'impianto di “ville rustiche” lungo le arterie principali. Durante le lotte dell'alto Medioevo, Mesagne subì notevoli cambiamenti. Dopo secoli bui, nell'XI secolo, passò sotto il dominio normanno e fu fortificata. Secondo un documento antico, è probabile che Roberto il Guiscardo costruì una rocca per l'approvvigionamento delle truppe, un castrum che avrebbe poi costituito il primo nucleo del Castello. Per la sua posizione geografica strategica, sul tratto terminale della Via Appia, Mesagne fu sempre all'attenzione di tutti i regnanti e feudatari succedutisi nel corso dei secoli. Nel Seicento la città murata si trasformò in un centro dalle linee barocche con la realizzazione dei suoi più importanti edifici e la sistemazione delle tre piazze principali. Oggi Mesagne attrae per la maestosità del suo Castello. Guardandolo, si può immaginare un mondo di guerre, di combattimenti tra longobardi e bizantini, tra normanni e angioini, tra questi e gli aragonesi. Si può fantasticare di arcieri nascosti dietro le merlature oppure di soldati che sorvegliavano le campagne dalla garitta. Molti sono gli uomini, i re e i guerrieri la cui storia si è intrecciata con quella del castello. Si presume che il castello esistesse già nel periodo bizantino, ma i documenti fanno risalire la fondazione del castrum al 1062, quando la Puglia fu conquistata dai normanni. Successivamente, nel 1195 il feudo, con il castrum, venne donato ai Cavalieri Teutonici. Da alcuni atti emanati da Federico II risulta che i mesagnesi avevano l'obbligo di ristrutturare la torre a proprie spese. Manfredi, figlio dell'Imperatore, nel 1256 assediò Mesagne per combattere una lega anti-sveva creata tra Brindisi, Mesagne, Lecce ed Oria e in quella occasione il Castello di Mesagne, benché fortemente devastato, fu usato come base di appoggio per l'assalto a Brindisi.
I racconti sul castello di Mesagne
La fervida fantasia popolare ha ispirato miti e leggende, che vedono il castello di Mesagne al centro di incredibili vicende, tramandate oralmente dagli anziani del posto. Ci sono storie che raccontano di tunnel e passaggi sotterranei, con singolari episodi di guerra e perfino l'esistenza di camere di tortura e di un fantomatico pozzo irto di spade acuminate. Al patrimonio delle leggende appartengono anche i racconti su sparizioni d’olio e principesse imprigionate.
Brindisi
Brindisi è nota fin dai tempi antichi per l'insenatura naturale del suo porto, da cui salpavano le navi romane dirette a Oriente. Qui conduceva da Roma la più importante via di comunicazione dell'antichità, la Regina viarum (Via Appia). Anche Federico II la scelse come porto di raduno e partenza della VI Crociata, e vi celebrò le sue nozze con Jolanda di Brienne. Durante il regno dell'Imperatore svevo, Brindisi fu una delle zecche del regno che coniava monete d'oro e di mistura.
Teatro di innumerevoli vicende storiche, l'antichissima città di Brindisi, attinge la sua denominazione da una leggenda che la vuole fondata da Brento, figlio di Ercole, mentre la sua fondazione risalirebbe al VIII sec. a. C. ad opera dei Messapi. Il nome Brindisi deriverebbe da Brunda (testa di cervo), oggi emblema della città. Naturalmente fortificata e protetta dal suo porto, con l'alternarsi delle potenze Angioine ed Aragonesi ha visto svilupparsi un sistema difensivo già avviato dagli Svevi. Infatti, la città si difendeva avvalendosi di ben 4 castelli e del recinto fortificato che dal castello di terra cingeva l'intero centro cittadino con mura, bastioni e due porte d'accesso: Porta Napoli e Porta Lecce. L'itinerario brindisino sulle orme di Federico II comincia dalla Cattedrale - Basilica di San Giovanni Battista, in cui l'Imperatore nel 1225 celebrò le proprie nozze con la quattordicenne Jolanda di Brienne, regina di Gerusalemme, proveniente dall'Oriente. L'edificio, sorto in prossimità del mare, presso le mura romane della città, prese il posto dell'antica chiesa episcopale di San Leucio, il primo Vescovo di Brindisi. Nel 1227 il Puer Apuliae fece edificare il Castello, residenza fortificata propria e per le sue guarnigioni, per difendersi dall'ostilità dei brindisini rimasti affezionati ai Normanni e che frequentemente si ribellavano agli Svevi, per gli eccessivi obblighi fiscali. Detto anche "Castello grande" o "di terra", per distinguerlo da quello aragonese o "di mare", è in ordine cronologico il secondo dei quattro castelli brindisini. Oggi è utilizzato come comando della Marina Militare. Dall'epoca di Federico II si è ben conservata la chiesa di San Benedetto, risalente al XII secolo col nome di Santa Maria Veterana. Non sono documentati i rapporti tra Federico II e le abadesse di Santa Maria Veterana, ma secondo alcuni studiosi l'imperatore appoggiò le congregazioni monastiche a lui non ostili. A brevissima distanza dal termine finale dell'antica Via Appia, c'è la Fontana Tancredi, conosciuta come Fontana Grande, in realtà esistente già dai tempi dei Romani, ma restaurata nel 1192 da Tancredi, conte di Lecce e re normanno di Sicilia.
Lecce
Lecce, la “Firenze del Sud”, spicca nel territorio salentino per le sue architetture e per la particolare atmosfera. Dall'aspetto nobile e leggiadro, questa città è la patria del Barocco. Ammaliante il fascino delle sue guglie e delle sue colonne, dei suoi balconi e delle sue chiese. Un museo a cielo aperto in cui predomina la pietra leccese, tra complessità di stile e nitidezza di colori, che rapisce il visitatore in una dimensione aurea.
In origine Lecce era un florido centro messapico, fondato dalle popolazioni provenienti dall'Illiria. Nel 268 a. C. la città, conosciuta come Lupiae, fu governata dai Romani. Saccheggiata dai barbari, decadde e rifiorì soltanto durante il dominio normanno. La contea normanna leccese si distinse per il fasto della sua corte, seconda soltanto a Palermo. Il conte di Lecce, Tancredi d'Altavilla, fu persino nominato re di Sicilia nel 1190, ma venne sopraffatto dagli svevi. Federico II incamerò la città nel demanio regio e la lasciò in eredità al figlio Manfredi. Seguirono gli Angioini, quando la contea divenne feudo dei Brienne, e poi i D'Enghien. Nel 1463 Lecce passò sotto il Regno di Napoli e divenne uno dei centri culturali più vitali del Mediterraneo. L'ultimo conte leccese fu Federico D'Aragona che divenne re di Napoli nel 1496 e trasformò Lecce in un cenacolo di cultura e di arte. Il barocco leccese si sviluppò soprattutto nei secoli successivi, fra Cinquecento e Settecento, favorito dalla lavorabilità della pietra leccese e dall'ingegnosa opera di scalpellini in grado di merlettare e ornare portali, guglie, colonne e balconi, palazzi e chiese. Pur volendo suggerire un itinerario, Lecce è una città da scoprire liberamente. Oltrepassando “Porta Rudiae” ed entrando dalla stretta via dei Libertini nella città vecchia, incanta la bellezza dell'arte e dell'inestimabile patrimonio della capitale salentina. Un vero museo a cielo aperto che ha la pietra leccese come denominatore comune. Meravigliosa è la Basilica di Santa Croce con la facciata concepita come un gigantesco altare decorato che cattura lo sguardo. Nelle vicinanze si trova piazza S. Oronzo, cuore pulsante della città, da dove si possono visitare i resti di un antico anfiteatro romano. Presso la curva dell'anfiteatro sorge il Palazzo del Seggio (o Sedile) del 1592, affiancato dall'ex Chiesa di San Marco. Davanti al Sedile sorge la colonna di Sant'Oronzo, eretta nel 1666. A pochi passi Piazza Duomo, nella quale, oltre al Duomo con il suo campanile alto 70 metri, si può ammirare il Vescovado del seicento e il Seminario definito “ottava meraviglia del mondo”. Da non perdere, a pochi passi da Piazza S. Oronzo, il Castello, riedificato per ordine di Carlo V.
Cartapesta e pietra leccese
Vanto della tradizione della capitale salentina, sono le attività artigianali di lavorazione di cartapesta e pietra leccese. La produzione di cartapesta rispecchia un'arte povera che si è diffusa quando la Chiesa richiedeva la produzione di statue e figure per rafforzare il sentimento religioso. Le tecniche tradizionali rivivono nelle botteghe artigianali del centro storico, dove vengono create bellissime statuette sacre e profane e figurine per i presepi. Diverse sono anche le botteghe di abili e visionari scalpellini che, ispirati dalla duttilità della pietra locale, danno vita a decorazioni di vere e proprie opere d'arte che tramandano il gusto barocco.
Otranto
Il fascino di Otranto, città degli 800 martiri, situata nel punto più ad est d'Italia, si fonde alla bellezza di un mare limpido dai colori cangianti. Punto d'incontro e di scontro tra cultura bizantina, normanno-sveva e turca, la città si sviluppa su uno sperone roccioso a picco sul mare. Nel 1227 la prima partenza di Federico II per la crociata, dal porto di Brindisi, fu interrotta dalla malattia; non va confusa con la spedizione effettiva del 1228–1229.
La storia millenaria di Otranto è stata segnata dal suo rapporto con l'Oriente, che ha determinato sia il soccombere della città che il suo sviluppo economico e culturale. Città di origini antichissime come testimoniano i reperti preistorici trovati nelle grotte della zona, Otranto era denominata Hydruntum, dal nome del fiume Idro. All'epoca romana risale la sua notorietà commerciale, quando Otranto divenne un importante punto di scambio con la Grecia. Il periodo medievale attesta invece il suo glorioso passato culminato con l’eccidio dei martiri d’Otranto durante la conquista ottomana del 1480. Da un punto di vista strutturale Otranto si estende anche oltre le mura della città storica, formando una specie di baia alle cui estremità si trovano il porto, con il castello e gli antichi bastioni. Il centro storico, inserito tra i Borghi più belli d'Italia, è ben conservato e presenta vie lastricate in pietra, che ci guidano alla scoperta di scorci suggestivi, archi e balconi in stile Barocco. Da non perdere la monumentale Cattedrale di Santa Maria Annunziata, edificata sui resti di una domus romana, di un villaggio messapico e di un tempio paleocristiano. È caratterizzata dal ricco rosone rinascimentale e, all'interno, dall’aura di mistero ed esoterismo che avvolge il favoloso mosaico pavimentale, il più grande e meglio conservato capolavoro di mosaico pugliese del XII secolo. Esso si sviluppa lungo le navate, il presbiterio e l'abside e fu realizzato dal presbitero Pantaleone fra il 1163 e il 1165: ripercorre l'esperienza umana dal peccato alla salvezza lungo tutto lo sviluppo dell'Albero della vita, attraverso scene dall'Antico Testamento, dai vangeli apocrifi, dai cicli cavallereschi e dal bestiario medievale. La navata destra termina nella Cappella dei Martiri, in cui sono conservati i resti mortali dei santi martiri idruntini, canonizzati nel 2013, gli ottocento abitanti di Otranto decapitati dai Turchi sul Colle della Minerva il 14 agosto 1480 per non aver voluto rinnegare la fede cristiana. A questo episodio è legata la storia del Castello, fortificato dal duca Alfonso di Aragona, che gli conferì l'aspetto attuale. Il complesso comprende le torri Alfonsina, Duchessa e Ippolita e il bastione detto il Fortino; l’accesso ai singoli ambienti va verificato.
Il faro di Punta Palascia
Un'escursione consigliata parte dalla Valle del Fiume Idro e prosegue verso la Torre del Serpe, simbolo della città, per immergersi nell'ambiente circostante, scoprire cave di bauxite dalla caratteristica terra rossa, percepire la simbiosi tra storia dell'uomo e natura. Falesie a picco sul mare, sentieri che sprigionano rare essenze mediterranee, circondati da meravigliose orchidee spontanee; giunti a Capo d'Otranto, nel punto più ad est d'Italia, sorge a picco sul mare il faro di Punta Palascia, punto di separazione convenzionale fra mare Adriatico e Jonio, ai cui piedi si attende per tradizione la prima alba del nuovo anno in Italia.
Orientarsi
Le tappe del percorso
Le linee uniscono le tappe in modo schematico: il tragitto effettivo dipende dalle strade e dagli accessi scelti.
- 1 Apricena Le cave e la memoria sveva
- 2 Torremaggiore Castel Fiorentino
- 3 Foggia Il palazzo imperiale scomparso
- 4 Lucera Fortezza svevo-angioina
- 5 Troia Il rosone della Cattedrale
- 6 Bovino Borgo dei Monti Dauni
- 7 Deliceto Castello
- 8 Sant’Agata di Puglia Il castello sui Monti Dauni
- 9 Ruvo di Puglia Cattedrale
- 10 Gravina in Puglia Gravina e castello
- 11 Altamura Cattedrale e centro
- 12 Gioia del Colle Castello normanno-svevo
- 13 Bari Bari vecchia e San Nicola
- 14 Bitonto Cattedrale
- 15 Sannicandro di Bari Castello
- 16 Taranto Città vecchia e MArTA
- 17 Oria Castello federiciano
- 18 Mesagne Castello
- 19 Brindisi Il porto e le colonne
- 20 Lecce Il barocco leccese
- 21 Otranto Cattedrale e castello