Particolare del sipario dipinto con un personaggio in rosso che indica il mare davanti a un sovrano seduto in trono e ad altri dignitari

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Il teatro di Trani: il San Ferdinando e la vita cittadina

Dalle prime sedi al Teatro Comunale: repertori, regolamenti, interpreti e memoria civile nel racconto della tradizione teatrale tranese.

Questo saggio ripercorre il teatro tranese attraverso ricordi, documenti e giudizi personali. Conserva il linguaggio polemico e celebrativo dell’autore, che non costituisce una valutazione attuale della città. Le norme teatrali, i prezzi e gli assetti giudiziari descritti appartengono alle rispettive epoche.

Il teatro tranese e i rapporti con Napoli

Il Teatro di Trani per una serie di ragioni (politiche, buoncostume, orientamento culturale, ecc.) era strettamente collegato agli spettacoli che si tenevano nei Teatri di Napoli; pertanto per chi ritenesse farne uno studio più approfondito sarebbe indispensabile consultare l’opera di Benedetto Croce, I Teatri di Napoli, e quelle di Salvatore Di Giacomo, Celebrità Napoletane, Il Teatro e le cronache, ed Il Teatro San Carlino di Napoli, ove un intero capitolo è dedicato al nostro Domenico Sarro. I testi citati contengono preziose indicazioni sulle Opere teatrali dell’epoca, sulle compagnie, sulle maschere - fra cui la più famosa è quella di Pulcinella, magistralmente interpretata dagli attori della famiglia Petito, di padre in figlio - ma soprattutto sul ruolo avuto dall’Accademia dei Pellegrini di Trani sulla cultura napoletana.

Per lungo tempo, in Terra di Bari, il nostro Teatro ebbe una vera e propria rendita di monopolio considerato che il Piccinni di Bari fu inaugurato nel 1854, il Curci di Barletta il 4 aprile 1872 e dopo aprirono anche i teatri di Bisceglie, Molfetta, Corato e Terlizzi, perciò riusciva a gestirsi con i propri incassi. Tuttavia il successo del Teatro di Trani era dovuto alla qualità dei suoi spettacoli: la stagione teatrale, che normalmente andava da ottobre a carnevale, poteva avere in repertorio oltre trecento opere, per la massima parte nuove. Normalmente la stagione teatrale si concludeva con il Gran Ballo di Carnevale che richiamava intere folle d’appassionati dalla Terra di Bari.

Le Opere in cartello, che erano esposte in Piazza San Francesco, erano abbastanza varie e comprendevano la Musica, le Marce Risorgimentali, le Tragedie, le Commedie, le Commedie del Ridere, Commedie di Carattere, l’Opera Buffa, secondo l’uso del tempo, il Dramma Lirico, il Melodramma, il Melodramma Giocoso, la Romanza, la Commedia alla Francese, la Macchietta, tra cui famose quelle di Ferdinando Russo, come Don Saverio, Pozzo fa o Prevete, la Guardia Municipale, e la Prosa, di cui ci piace ricordare il nostro Luigi Chiarelli, Pirandello, Ibsen, in modo da accontentare un po’ tutti i gusti.

Nonostante l’assenza di celeri mezzi di trasporto, le carrozze che trasportavano gli ospiti giungevano a Trani da ovunque, Piazza Teatro si riempiva di carrozze con tiri a due, quattro, sei cavalli, tra lo schioccare delle fruste e le livree dei cocchieri: partecipare ad una serata al Teatro di Trani era un autentico rito sociale.

Il Teatro Piccinni di Bari fu inaugurato nel 1854. Secondo la memoria teatrale tranese, l’orchestra del Teatro di Trani era diretta dal Maestro Eugenio Palombella, un virtuoso del violino, che Saverio Mercadante scritturò, insieme con altri orchestrali di Trani, per una stagione barese del 1855, associata dal racconto a “La Leonora”. La stessa testimonianza attribuisce a questi elementi sottratti a Trani la nascita della prima orchestra nel teatro barese. Il primato del Teatro in Terra di Bari, tuttavia è rivendicato dalla vicina Bisceglie, di cui ce ne dà testimonianza nel 1687 Pacichelli, che lo dichiara un teatro all’aperto, adatto a rappresentare commedie o tragedie con sedili in muratura per più migliaia di spettatori, tale che non vi è di simile nel regno.

Il Teatro è stato la grande passione di Trani, ove per Teatro non ci riferiamo allo stabile od al luogo in cui avvenivano le manifestazioni artistiche, ma alla sua istituzione, in altre parole all’essere teatro, considerato che agli inizi il “teatro” era realizzato in baracche o in osterie, finché non trovò ospitalità in sontuosi palazzi signorili, o sui sagrati delle chiese.

Dalle prime sedi al San Ferdinando

A Trani il primo Teatro sorse nel 1722 nel Palazzo dell’antico seminario in Piazza Duomo e fu inaugurato con la rappresentazione dell’Opera San Nicola Pellegrino, dramma sacro di Vincenzo Manfredi da Trani, che i maligni sostennero che era stata particolarmente applaudita mercè l’intervento del Santo Protettore. Molto probabilmente vi doveva essere stato ancora un altro teatro prima ove furono rappresentati i drammi sacri di Fra Niccolò Viti da Maruggio, autore di “Giosafatto” e “La Barbara” e ancora “Scherzi d’amore” del Cav. Apollo Masici di Trani, “Vinto inferno da Maria”, rappresentazione sacra del dottor Onofrio Giliberto da Solofra, “L’Amistà rivale” una commedia del Dottor Vincenzo Ravelli, “Corona della Madonna” un’opera in sette canti del chierico Mauro Antonio De Leone, “L’Eufemia” tragedia spirituale di Francesco Fallone.

All’epoca il Teatro fu finanziato dal Preside della Provincia Luigi Navarretto, conte di Segura de la Sierra, e dal tranese Vincenzo Manfredi. Con il Teatro, Trani ebbe anche la prima Compagnia di Canto diretta dal maestro Moretti. In seguito svolse le funzioni di Teatro Palazzo De Felice, in Via San Giorgio, il cui piano terreno ebbe questa destinazione durante i periodi d’inagibilità del Nuovo Teatro di Trani, il San Ferdinando, nato nel 1792 su iniziativa dei sigg. Candido, Lomanto e Laghezza; lo stesso sorgeva su di un terreno acquitrinoso, in riva al mare, davanti al Porto, là dove erano gli antichi arsenali creati dai veneziani, poi convertiti in mulini nel 1711, e dove un tempo vi era l’antica stazione di posta per il cambio dei cavalli.

In questo primo periodo di vita la storia del Teatro fu breve in quanto venne bruciato durante i moti del 1799.

Una testimonianza ne ricorda la ripresa, senza precisarne la data:

Subito rimesso a nuovo il teatro inizia la sua nuova vita

Le rappresentazioni erano scelte dalla Deputazione Teatrale, chiamata anche Commissione nel racconto del San Ferdinando, costituita dal Sindaco e da altri tre cittadini; le varie funzioni di controllo erano esercitate dal Sindaco in forza del Regolamento di Polizia per il Teatro di Trani del 24 aprile 1814, Sindaco Marzio Bianchi. In seguito, giusta disposizioni del Ministero di Polizia Comunale, con circolare del Signor Intendente di Bari del 26 giugno 1818, fu varato un nuovo Regolamento. Tra le norme curiose, quella che nessuno poteva tenere il cappello in testa all’alzarsi del sipario, o quella che vietava agli spettatori di buttare involucri di denaro sul palcoscenico, ed ancora il divieto per i domestici di stare nel Teatro vestiti alla ussara, muniti di sciabola.

Nel settembre del 1839, dopo una lunga diatriba giudiziaria, la proprietà del Teatro passò al Comune; furono eseguiti alcuni restauri, che sostanzialmente si conclusero nel 1863 ed a quest’epoca data anche il famoso sipario dell’artista tranese Biagio Molinari; fu in questo periodo che il Teatro cambiò nome da San Ferdinando a Teatro Comunale. Nel 1863 furono Deputati Teatrali: Carcani Fabio, Pansini Antonio, Antonacci Giuseppe, Soria Teodorico.

Il regolamento del 1924

Il sei febbraio 1924 fu approvato da parte del Comune un nuovo Regolamento del Teatro e confermata la Deputazione Teatrale, ricordata anche come Commissione, con una serie di disposizioni circa le prove e le rappresentazioni che dovevano essere preventivamente autorizzate dalla Deputazione e dall’Autorità di pubblica sicurezza, su come gestire il Palcoscenico, la Platea e i Palchi, sull’obbligo di riservare una poltrona ad un sanitario che aveva l’obbligo di curare gratuitamente gli artisti; infine al custode del Teatro era data anche la funzione d’Ispettore di Scena, con una serie di responsabilità, tra cui quella di infliggere multe a danno dell’impresa, degli artisti e dei professori d’orchestra, e porre il ricavato a disposizione della Deputazione per migliorare il corredo del Teatro. Per quanto concerne il Loggione i posti disponibili furono fissati in ottanta; cosa curiosa era che eventuali repliche potevano essere chieste una sola volta, fatta eccezione per gli spettacoli di varietà, per i quali era possibile procedere alla doppia replica.

Una caratteristica delle Opere che si tenevano in cartello a Trani, come abbiamo già accennato, era che queste corrispondevano esattamente a quelle che si tenevano in cartello nei Teatri di Napoli, considerato che le manifestazioni teatrali davano parecchi grattacapi tra idee liberali, giacobine, borboniche, risorgimentali, clericali, prime canterine e quant’altro, perciò l’unico metodo sicuro, in tempi incerti, era seguire quello che faceva Napoli: ciò che era permesso a Napoli era permesso a Trani. Questo fu il legame indissolubile che legò la nostra città a Napoli che era, ricordiamolo, una delle più belle capitali europee in cui fervevano le nuove idee.

Se Trani importava, sarà Benedetto Croce nella sua opera I Teatri di Napoli a ricordare il ruolo di Trani che, con l’Accademia dei Pellegrini, aveva saputo esportare nella capitale del regno la moda del dramma sacro; Salvatore Di Giacomo che nella sua opera Napoli: figure e paesi ci lascerà un vivo ricordo di come il Maestro tranese Domenico Sarro, su proposta di don Erasmo Ulloa Severino aveva inaugurato il Teatro San Carlo con l’opera Achille in Sciro.

Domenico Sarro e il San Carlo

Un antecedente più antico di questo rapporto, precedente alla nascita del San Ferdinando, fu la scelta del maestro tranese Domenico Sarro per l’inaugurazione del San Carlo nel 1737.

A Napoli era sorta la necessità di sostituire il vecchio Teatro San Bartolomeo per lo stato di degrado in cui era giunto e così Carlo III decise l’erezione di un nuovo Teatro degno di Napoli. La costruzione iniziata l’11 marzo ebbe termine il 28 ottobre 1737 e per la sua inaugurazione, che doveva riuscire solenne, don Erasmo Ulloa Saverino parlandone al re gli indicava la necessità di affidare tale compito ad un uomo nell’arte molto esperimentato come Domenico Sarro. Il Sarro nato a Trani nel 1679 da povera famiglia, aveva studiato al Conservatorio della Pietà dei Turchini con il maestro Francesco Provenzale e Giovanni Salvatore. Preso a ben volere dal Principe di Francavilla ottenne il posto di vice-maestro alla Real Cappella. Sarro, che aveva debuttato con l’Opera d’Amore, un melodramma sacro, scritto per l’Arciconfraternita dei Pellegrini a Napoli nel 1704, fu autore di numerose opere tra cui la Didone Abbandonata che nel 1724 aveva avuto uno strepitoso successo al San Bartolomeo. L’opera che aprì il San Carlo fu, come abbiamo già detto, l’Achille in Sciro, libretto del Metastasio, musicata da Domenico Sarro: il successo fu strepitoso e l’opera fu rappresentata per ben quattordici sere consecutive. Lo spettacolo dell’inaugurazione del San Carlo fu meraviglioso, l’illuminazione fu fatta a cera, a olio e a sego. In ogni palco erano accese, davanti allo specchio, una, due, tre candele di cera, secondo la nobiltà del proprietario. Tre candele erano segno di nobiltà grande, due di media nobiltà, una di nobiltà terra terra. Tanto che a Napoli è rimasto il detto: vettenne, ca sì signore è u nu cannellotto!

Molti sono stati i grandi comici napoletani che, dopo essere passati per il San Carlo, il Teatro Nuovo, il San Bartolomeo, il San Carlino di Napoli, calcavano le scene del Comunale di Trani, sino a quando l’operetta non fece lo sgambetto all’opera buffa.

Artisti come i Casaccia, i Petito, i Tomeo, dopo le loro applaudite esibizioni al San Carlino, portavano la loro arte nelle province e Trani era una delle mete più ambite. Questi costituivano vere e proprie dinastie di artisti e la loro arte si tramandava di padre in figlio. La loro vita si svolgeva, come si usava dire allora, sulle tavole e, non di rado, era proprio su quelle tavole che la morte a volte li sorprendeva.

L’altro filone importante che da Napoli si spostava in provincia era quello delle romanze e poi delle canzoni. Alla fine del settecento ebbero notevole successo alcune canzonette come la Molinarella, tratta dall’opera buffa del Piccinni, o Lo frate innamorato tratta da un’opera del Pergolesi; poi, con la Festa di Piedigrotta, la Madonna del Piede Rotto, la canzone iniziò ad acquisire una propria autonomia ed il primo grande successo fu, nel 1835, un’opera di don Raffaele Sacco, Te voglio bene assaie; da allora la canzone napoletana invase i Teatri del Regno, segnandone la storia e tra i grandi autori non vogliamo dimenticare Libero Bovio, figliolo del grande filosofo tranese.

Sarà sempre Salvatore di Giacomo a ricordarci come queste canzoni venivano accompagnate da strani strumenti come il putipù, il triccabballacche, lo scetavaiasse, la trofa, la trommettella ed i tammurre, che ne rendevano ancora più stravagante la presentazione. In seguito, intorno alla canzone napoletana, sorse la macchietta ed il Teatro, che aveva vissuto la grande stagione del melodramma, iniziò una nuova avventura complice anche i cafè -chantant con i loro indiavolati can – can.

Nonostante Trani con il trasferimento della Provincia avesse perso da tempo il primato in Terra di Bari, la sua avvocatura e la Magistratura Superiore erano la sua struttura portante e, non a caso, Trani è città di Liberi Pensatori, di giuristi in cui le nuove idee liberali trovarono nuovi germogli, di Giovanni Bovio e di Cesare Ricco, sede dell’Editore-Tipografo Valdemaro Vecchi, il tipografo della Scuola Napoletana e ancora, nei primi del 900, è a Trani che nasce il primo nucleo di quella che sarà l’Associazione Magistrati Italiani; ed è proprio tra l’Unità d’Italia ed il trasferimento della sua Magistratura Superiore che Trani con Chiarelli, Macchia, Del Giudice, Pastina, raggiungerà l’apice culturale, generosamente esportato sino ad inaridirsi insieme a quella terra cui ha concesso ogni goccia del suo essere.

Il teatro e la vita civile

Il Teatro era il cuore pulsante della città: il 29 gennaio 1883, da questo palcoscenico Francesco De Sanctis, non senza imbarazzo, pronunciò il suo famoso “discorso di Trani”, pubblicato dal Croce nel 1890, di cui ci piace ricordare il prologo, per l’atto di umiltà del grande letterato:

“Signori, questa è la prima volta nella mia vita che mi trovo a fare un discorso in Teatro. Su questo palcoscenico mi sento come separato da voi, e la vita mi pare non più una missione, ma una scena, e l’oratore mi si trasforma in attore, che gonfia le gote e simula passioni e caratteri. Questo non mi và; è proprio ciò che vi è di più contrario alla mia natura modesta e semplice”

Un autentico monito a quanti dalle televisioni ci infastidiscono con le loro elucubrazioni che fanno parte più del mondo dello spettacolo che di quello politico. E non senza commozione ricordiamo la parte conclusiva del suo famoso discorso, ove dopo aver precisato che “i partiti sono tanto più forti quando meno pensano a sé e più pensano al paese” e di come Egli “fosse orgoglioso di rappresentare un Collegio, dove è un corpo elettorale così disciplinato e così patriottico e di come questa città posta a capo del Collegio sia chiamata l’Atene delle Puglie”.

Nel 1891, in una sera di pioggia, oltre mille persone sono alla stazione in attesa di Felice Cavallotti; queste, all’arrivo del treno, “protestando contro le carrozze, trascinarono nel suo mezzo Cavallotti, portandolo come in trionfo, tra applausi ed acclamazioni”: passione civile e passione per il Teatro s’identificavano e, quella sera, alla stazione c’era tutta Trani. In quest’occasione, per qualificare la Città di Trani, Felice Cavallotti non trovò altro espediente che inviare questo telegramma a Giovanni Bovio: “Ospite tua generosa Trani, parve meglio comprenderti.”

In questo stesso anno al Teatro si svolge un altro importante avvenimento: “La Mostra del Lavoro Tranese”, inaugurata da Giovanni Bovio, Presidente Onorario che, per l’occasione, tenne la prolusione sulla Festa del Lavoro a Trani. Oltre tremila persone assistono all’evento. Alla Mostra intervennero M. R. Imbriani, deputato di Trani-Corato, Pietro Pansini, deputato di Molfetta. Ancora una volta il Teatro diviene il contenitore dell’operosità cittadina, a cui partecipa non solo la città, ma l’intera Puglia.

Per ricordare tale avvenimento Giovanni Bovio, dettò la seguente epigrafe, da apporre nell’androne del Teatro, che tuttavia non fu mai realizzata:

a memoria di tempi lieti per terra e mare
ad auspicio dell’avvenire destinato ai volenti
Trani espose in queste sale
la prima mostra d’industrie e di arti
Inaugurata nel XIX luglio MDCCCLXXXXI
chiamando ospiti ed emule le città sorelle

Parole premonitrici del Grande filosofo tranese che ci ricordano come, tra le città sorelle, non possono esistere vacui campanilismi.

Nel suo discorso sulla Festa del Lavoro a Trani, Bovio ebbe modo di esprimere i suoi ricordi giovanili che sono un pezzo di storia della città di Trani:

“qui fanciullo vidi Andrea de Turris e Andrea Monopoli, reliquie del 1821, portare sulla faccia onesta il nome d’Italia, e nelle rughe implacate le memorie dei carbonari contro il tradimento del re. Qui giovinetto, vidi per le vie Giuseppe Ugenti canuto, povero e ritto sulla persona come il suo sillogismo giuridico. E più tardi quel Lorenzo Festa, che mi testimoniava universa nelle leggi la maestà del diritto romano; e vidi quel Michele Quercia, la cui parola creava nel magistrato l’illusione di credersi contemporaneo di Pasquale Borrelli e di Giuseppe Poerio. Erano giannonisti tutti - anche i più appartenenti cattolici - in quanto, solleciti dei diritti della potestà civile, mal tolleravano le intrusioni della Curia. Tal era la scuola dei nostri, che nell’ultimo trentennio ebbe capo P. Mancini, innanzi al cui feretro delineai il carattere del giureconsulto politico del mezzodì. Del diritto, così inteso m’indicò i segni ideali Vincenzo Vischi, spirito acuto, neoghibellino, pencolante allora, tra il carcere e la cattedra, mentre Liutprando Contursi, neoguelfo, cercava ribattezzare quei segni nella patristica, con più misticismo che critica. E qui udivo alternarsi agli assiomi civili il verso classico di Giovanni Chiaia, che impersonava mirabilmente la contraddizione, tra l’educazione latina e la servitù borbonica. A un verso del Montevergine alternando un acre sentenza del Tacito che preferiva la libertà pericolosa alla servitù quieta; e lasciando di sotto alla toga cader Machiavelli, maestro di libertà e di guerra portava dentro di sé la lotta irresoluta tra il cittadino ed il suddito. Spiacque all’uno ed all’altro. A me, no: consideravo in quel mirabile ingegno la natura dei tempi e l’imminenza di una soluzione. E qui dove sono le tombe che fanno sacri i termini della terra nativa, e dove dormono quelli che forse non prevedeva o non speravano essere destinati al più bizzarro dei loro figli i vostri suffragi, io aprii la prima scuola, dopo avere in camerette povere e non dimenticate postillato Platone ed Aristotele, Omero e Dante, poi i santi della metafisica e del positivismo, così come potevano prestarmeli amici carissimi: ché poca era ed è la mia facoltà, educato a vita sobria dall’esempio dei nostri popolani, lavoratori infaticabili, da’ i quali ereditai il costume mite in carattere tenace”

Sempre nel Teatro il 20 settembre 1895 Valdemaro Vecchi celebra per conto della Società Generale Operaia di Trani, Presidente Domenico Tolomeo, il 25° anniversario della Liberazione di Roma; In questo stesso anno l’Associazione Operaia di Trani partecipa, con l’invio di suoi uomini, alle lotte per l’indipendenza dell’isola di Cuba dal dominio spagnolo. Ed ancora sarà sempre nel Teatro che la mattina dell’8 marzo 1903 si tiene un comizio in difesa della Corte di Appello di Trani. Il Teatro non più luogo deputato solo al divertimento ed alla cultura, ma anche a curare gli interessi cittadini.

Sarà sempre nel Teatro che, nel 1906, verrà commemorata la figura di Valdemaro Vecchi con l’intervento di tutti gli operai delle tipografie di Trani e della provincia, oltre ad un grandissimo numero di estimatori e pubblicisti. Al termine del discorso commemorativo tenuto da Giovanni Beltrani, l’intero Teatro si trasferì presso la sede della tipografia, ove, dopo il discorso dell’Avvocato Giuseppe Protomastro venne scoperta la lapide commemorativa.

Solidarietà e memoria cittadina

Il 28 dicembre 1908 l’Italia è sconvolta dal triste terremoto di Messina. Si mobilita l’intera Europa e l’America. Anche a Trani viene costituito un Comitato Pro Calabria e Messina, ed il celebre avvocato Arrigo Massari propone una serata teatrale il giorno 11 gennaio del 1909 per la raccolta dei fondi, distribuendo una propria composizione in versi stampata elegantemente con i tipi della tipografia Vecchi e C. Nell’occasione vi fu grande concorso di popolo, che dimentico dei Vespri Siciliani, seppe contribuire grandemente in favore di un popolo terremotato. Ancora il 7 marzo 1907 sarà sempre l’avvocato Arrigo Massari che la sera del 7 marzo terrà un’applaudita conferenza avente come tema “Preludio ad una lettura Carducciana” che ben testimonia ancora oggi la valenza culturale delle iniziative che venivano assunte al Comunale di Trani. Il 25 marzo 1916, l’Italia è in guerra ed al Teatro Comunale viene organizzata una serata di beneficenza con la lettura di un componimento poetico di Arrigo Massari, letto dalla signorina Luisa Cotugno. Il 1923 la grande guerra si era ormai conclusa e Francesco Cutinelli riproponeva la commedia “Scene popolari patriottiche in due atti Ritorna l’Eroe” ambientata nel villaggio di Malimpeggio, una sua opera scritta nel 1895 riveduta e ampliata per l’inaugurazione del monumento ai caduti avvenuta in quell’anno.

Il Teatro, per tutta la sua esistenza, è stato il cuore pulsante della città: qui si svolgeva il tradizionale ballo in onore di San Nicola Pellegrino, qui si dibattevano i problemi cittadini, qui si svolgeva la vita sociale e culturale della città, qui si stabilivano le iniziative di solidarietà, qui venivano commemorati i momenti solenni della Città di Trani.

Sarà Giovanni Macchia, il grande critico teatrale, lo scrittore, uno dei più grandi francesisti, a ricordare come la sua incredibile carriera sia nata nel Teatro di Trani, ove ebbe modo di apprendere l’amore per quest’antica Arte. Ma non fu il solo perché anche Luigi Chiarelli porterà con sé, di Trani, il ricordo del teatro.

Gli avvocati sulla scena

Molto spesso erano i giovani avvocati del foro tranese che non disdegnavano di tenere concerti e rappresentazioni, come quel “Maometto” di Voltaire che, per il suo verismo, fece esclamare al Procuratore Generale: questi li arresto tutti!. Tra questi giovani primeggiava tra tutti l’avvocato Trombetta, celebre avvocato del Foro di Trani che non disdegnava l’arte drammatica esibendosi insieme ai liceali di Trani sul palcoscenico del Teatro Comunale per iniziative benefiche; i suoi amici e colleghi Vincenzo Bisceglia e Guido Maffuccini infatti ci ricordano che era difficile stabilire se Cataldo Trombetta fosse un grande avvocato o un grande interprete d’arte drammatica; la sua passione per il Teatro lo portò a sposare una soprano, con la quale spesso formava un applauditissimo duetto.

Gran successo riportò nell’interpretazione del protagonista della commedia in tre atti dell’amico e collega Romualdi, fecondo drammaturgo; il successo che ne conseguì fece invidia agli attori di professione, la suadente mimica e la calda tonalità della sua voce conquistarono la platea. Di questa sua grande passione oggi ci resta la sua splendida raccolta di libri, donata alla Biblioteca comunale, ricca di Opere del teatro nazionale e straniero che rappresentavano la sua oasi di serenità dopo la perdita, in giovine età, della sua adorata moglie. Ormai novantenne assistette con nostalgica amarezza alla demolizione del Teatro, per finire i suoi giorni, quasi centenario, il 19 gennaio 1967.

La sala, il sipario e l’illuminazione

Ma il Teatro è sfarzo come quell’incredibile sala affrescata dal Pericci a somiglianza della Sala degli Specchi del Quirinale, o arte come il suo sipario commissionato a Biagio Molinari, o anche morte come quell’incendio che nel 1799 lo distrusse, o ferita come quella provocata dalla scossa di terremoto che nel 1851 lo lesionò gravemente. Il Teatro, che aveva forma di ferro di cavallo, decorato da festoni, cariatidi e mascheroni di stucco dorato, con quattro file di palchi, venne realizzato da Nicola Carelli, allievo del Santacroce e completato nel 1794.

Secondo la testimonianza, il nostro Teatro fu illuminato elettricamente la sera dell’8 gennaio 1887: un autentico trionfo; il compenso serale da corrispondersi all’appaltatore era di £.40,00 per le serate ordinarie in cui il Teatro veniva illuminato con duecento lampade da sedici candele; £.50,00 per le serate straordinarie in cui l’illuminazione era costituita da duecentocinquanta lampade; £.60,00 per le serate dove il numero delle lampade arrivava a trecento. La durata dell’illuminazione era stabilita in cinque ore. L’assuntore del servizio, tuttavia, era tenuto a conservare i fanali a petrolio ed ad avere una cospicua scorta di candele in caso di interruzione dell’energia elettrica. Tale obbligo scattava tutte le volte che l’interruzione elettrica superava i trenta minuti, mentre se il guasto riguardava singole lampadine, l’appaltatore era tenuto a pagare una multa di venti centesimi per ogni lampadina non sostituita tempestivamente.

Precedentemente il Teatro veniva illuminato, per quanto riguarda il palcoscenico con i lumi a petrolio, mentre i palchi erano illuminati con le “candele a specchio”. La sua anima, che era l’anima di una città, sempre lo portava a risorgere e finché ci fu quell’anima il Teatro di Trani restò sempre il Teatro di Trani. Nel 1938 venne dichiarato inagibile e, nel 1958, inopinatamente demolito.

Saranno gli orrori della seconda guerra mondiale che priveranno di valori la nostra comunità; il relativismo sarà interpretato come una sorta di libero arbitrio ove, un effimero boom economico madre delle umane illusioni, decreterà la fine del Teatro di Trani e della sua anima, scardinando quegli antichi valori che, da sempre, avevano reso la nostra, nelle Puglie, una comunità guida; questo ci porterà verso la società dell’illusione ove, pensando di perpetuare il ricordo del nostro Teatro, lo si sostituì con la teatralità dell’effimero, quasi a voler colonizzare, con il sogno americano che aveva reso l’Italia libera, quello che fu l’antico gastaldato longobardo patria degli Ordinamenta Maris.

Trani fu anche città di re, non dei migliori come lo furono Ferdinando IV che, nel 1797 di ritorno da Lecce, si fermò nella nostra città ove, deputati per la festa al Teatro, furono nominati con atto del 17 aprile 1797 Domenico De Angelis, Marzio Bianchi e Riccardo Candido; Giuseppe Bonaparte, che nel 1808 fu nella nostra città, o Gioacchino Murat per il quale si tenne uno storico ballo nel 1813, ed analogamente Ferdinando II, il Re Bomba nel 1831; ed ancora altri Re visitarono Trani, come Re Vittorio Emanuele III, il Re della vittoria, il 17 ottobre 1926, S. A. R. il Duca degli Abruzzi che l’8 giugno 1924 venne a rendere onore ai caduti tranesi della grande guerra. Trani fu anche città di grandi musicisti, questi sì tra i migliori, come Giuseppe De Giosia, Saverio Mercadante, Pietro Mascagni, di librettisti di fama come Felice Cavallotti, o canterine e prime donne di dubbia origine, come quella Cecilia Colletti che ad una nobildonna tranese, quando seppe che la stessa era stata allontanata d’autorità da Trani, fece esclamare: Misericordias Domini in Aeternum cantabo. Nel Teatro di Trani si svolgeva l’annuale ballo della quadriglia, un ballo in cui le figure non erano libere, ma era comandato da un capo-quadriglia che impartiva gli ordini in francese; per molti anni vi fu incaricato un professore di francese di Trani, Pasquale Tolomeo, che aveva l’onere di dirigere l’annuale quadriglia che costituiva l’evento clou cittadino; a questa partecipavano tutti i ceti cittadini: i soci dell’Associazione Operaia di Trani, dell’Associazione Commercianti, dell’Associazione impiegati civili e militari, dell’Associazione del Casino, ovvero popolani, borghesi, impiegati del tribunale, militari e nobili.

Abilità del capo quadriglia era che nelle varie figurazioni e scambi non si formassero coppie male assortite e che ogni categoria mantenesse il proprio posto. Prima del Gran Ballo, il capo quadriglia era sottoposto ad un fuoco di richieste, se non addirittura minacciato nell’incolumità fisica, al fine di favorire l’incontro con una specifica signorina, o tenere buoni i tanti scalmanati in cui l’esuberante gioventù giocava un ruolo a volte non compatibile con le rispettive posizioni sociali.

Frequentavano il teatro il Barone D’Amely Melodia, i Carcani dei Duchi di Montaltino, il Barone Riccardo Candida, Forges Davanzati, Gattola, Vischi, Sarlo, Beltrani, il Duca d’Andria, il Marchese Tupputi, il Barone Bianchi, il Barone Broquier, Palumbo, Antonacci, Trerotoli, Soria, De Angelis, Laghezza, Protomastro, Pastina, Cutinelli, Sarri, Saraceni, Quercia, Campione, Quatela, e tanti altri che facevano di Trani il fiore all’occhiello della nobiltà napoletana.

Nel 1843 il giudice regio per evitare una contestazione che era nell’aria ordinò ai gendarmi di occupare le prime venti poltrone della platea, mandando indietro gli abbonati. A quel punto tutti gli altri spettatori presenti nella platea si alzarono ed abbandonarono i loro posti in segno di protesta. Tuttavia vennero tutti accolti in segno di solidarietà da parte dei nobili nei palchi, e lo spettacolo poté proseguire, con scorno del giudice regio, che comunque fece arrestare otto gentiluomini tra cui Ventura, Paresce, Sarri, Turco, Trerotoli. Alcuni giorni dopo l’arresto fu revocato ed il giudice regio trasferito.

Domenico Tolomeo, custode e uomo di teatro

Anima del Teatro di Trani per molti anni fu Domenico Tolomeo, che forse presagendo la caducità delle umane cose volle lasciarne memoria affidando i suoi ricordi alla penna di Giuseppe Protomastro. Uomo umile alla sua morte si ebbe una recensione sulla Rassegna Pugliese, ove l’ignoto articolista così scriveva: S’io potessi, scriverei così nel vestibolo del Teatro di Trani:

procurato dai traffici fecondi del Porto
questo pubblico edificio
in cui tante volte vibrò l’anima popolare di Trani
commesso per LXX anni alle cure
del concittadino Domenico Tolomeo
Tutta raccolse la più fervida solerzia

Domenico Tolomeo ne fu semplice custode, con funzioni di Ispettore di Scena, ciò tuttavia non esimeva Giovanni Bovio, quando metteva piede in teatro, di chiedere il permesso a Minguccio per entrare, come diceva il filosofo, nel suo regno.

Patriota, Presidente dell’Associazione Operaia di Trani, della Congrega del Santissimo, fondatore dei Bagni Tolomeo, ebbe vita modesta, lasciando ai suoi eredi, quale unico bene, l’amore per Trani ed il suo Teatro. Tra l’altro fu un valente artista decoratore, eseguì tutte le innovazioni e le stuccature della scenografia. A succedergli nel Teatro sarà suo figlio Nicola, pittore, decoratore. Nel 1854 Domenico Tolomeo assunse l’appalto dei lavori per il restauro della parte posteriore del Teatro danneggiato dal terremoto; tuttavia mentre erano in corso i lavori l’intera ala crollò dando luogo ad interventi più radicali. Un elemento interessante: nelle opere di restauro era d’obbligo per l’appaltatore utilizzare mano d’opera locale. La Cronistoria del Teatro di Trani è ricca di episodi e ricordi e sicuramente merita una sua ristampa, se non altro per conoscere uno spaccato della società in Terra di Bari e di come il ruolo che già fu di Trani, gradatamente si sia trasferito su Bari, ad iniziare da quegli elementi dell’orchestra che passarono al Piccinni di Bari.

Compagnie, interpreti e spettacoli

Quello di Trani fu anche Teatro, ed allora vanno ricordati i suoi grandi interpreti, come i Petito, celebri interpreti della maschera di Pulcinella, della Compagnia Nazionale del San Carlino presente a Trani nel 1879, o la Compagnia del Cav. Edoardo Scarpetta, nel 1890, l’autore di Miseria e Nobiltà, per la quale il nostro Bovio scrisse la recensione di presentazione, ed ancora nel 1897, 1898 sarà presente la compagnia di Scarpetta, quando fece parte della compagnia la canzonettista francese Eugenie Fougère, che tanto chiasso aveva fatto al Salone Margherita, Regoli ed Ermete Zacconi nel 1874, l’indiscusso interprete dei drammi di Bovio, ed ancora Annunziata Glech, Achille Majeroni, Giovanni Emmanuel, Antonio Zerri, Salvator Rosa, Giselda Moriconi, Florido Bertini e ancora, nel 1893, la compagnia di prosa del Cav. Pietroboni, con la partecipazione di Olga Lugo, Celestina Bracci, e poi le grandi opere liriche di Puccini, Piccinni, Bellini, Mercadante, Leoncavallo, De Giosia, Verdi, Donizetti, Paisiello, Cimarosa, Bizet, Tarantini che nel 1909 esordì al Comunale con una propria opera Marion Delorme; tra le grandi rappresentazioni come non ricordare la serata del 22 febbraio 1897 in cui fu rappresentata La Forza del Destino di Giuseppe Verdi, cui seguì una Romanza diretta e strumentata dal Maestro G. Tarantini, quando un palco di prima fila costava 11 lire ed una poltrona in platea in sesta fila 1 lira! O la serata del 21 gennaio 1907 quando si rappresentò la Fedora del Maestro U. Giordano, con il maestro del coro S. Tevini e l’orchestra diretta da Giovanni Colucci, e i tanti altri spettacoli che si sottoposero al severo giudizio dei piedi del loggione di Trani. In queste serate nei palchi si facevano ammirare per le loro toilette le signore Lomanto, Maresca, Sarlo, Ventura, Pinna, De Gennaro, De Mari, Lambert, Battistelli, Covelli, Minutillo, Tarantini, De Napoli, Volpe, Capasso, Barbera, Cautela e tante altre. Ed ancora assolutamente da non dimenticare è il carnevale del 1853, quando tenne cartello l’Elvira con la presenza del Maestro Giuseppe De Giosia, e due anni dopo quella di Saverio Mercadante. Il plauso che si rende all’attore o all’attrice che si distingue, è in segno di riconoscimento e di gradimento, ma il chiasso intemperante, che offende la decenza, è sempre incompatibile con il buon ordine. In questo modo il Regolamento di Polizia Teatrale regolamentava gli entusiasmi dei tranesi e dei suoi ospiti. Il 22 dicembre del 1866 si tenne la serata di beneficenza a favore degli Asili Infantili con L’Aroldo [passo lacunoso: manca il raccordo con la successiva menzione di una lotteria] in favore dei feriti nelle patrie battaglie. Il 2 dicembre 1868 è sospeso l’appalto del Teatro e lo stesso è utilizzato per un’altra serata di beneficenza a favore degli asili infantili, con la rappresentazione di Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi.

Ancora nell’anno 1860 il Teatro fu affidato alla Compagnia dell’Etruria, diretta da Demetrio Mugnaini, per una serie di recite. Come si vede dal manifesto affisso nella città, i ricordi del 1847 e dei moti del 1848, che portarono all’arresto di molti avvocati tranesi, erano ancora vivi. Il 24 febbraio 1883 è la volta della Compagnia Italiana condotta da A. Tafuri e diretta dall’artista Pappacena, con l’Opera “Fra Scilla e Cariddi”, a cui seguiva la farsa in un atto “La Tombola”. In questi anni sono molte le compagnie che si avvicendano sul nostro Teatro. Come quella del Cav. Dondini, che disponeva di un cast di artisti di prima qualità, o la Compagnia italiana d’opere semiserie e balli di Armanda Arcangeli che insieme ad Amelia Botticelli, seppero infiammare il cuore dei tranesi. Altra compagnia che riscosse notevole successo fu la Compagnia di Ballo del Maestro Poggiolesi, che oltre che in tale disciplina si esibiva anche in una serie di Opere di Rossini, De Giosia, Ricci ed altri.

Il ricordo e il desiderio di un nuovo teatro

Ed il Teatro restò nei sogni degli ultimi sopravvissuti, il cui ricordo era stato tramandato di padre in figlio. Anche la città che dava vita al Teatro è mutata, l’Ordinamento Giudiziario è ancora una volta cambiato, sostituendo le vecchie preture con i Tribunali diffusi, le casermette hanno mutato rotta, e la vita cittadina è caratterizzata dal nomadismo giovanile, e per effetto di una nemesi storica Trani torna nella sua Valle dell’Ofanto dalla quale l’aveva strappata Filippo II nel 1583.

Far rinascere il Teatro a Trani, potrebbe essere un sogno, o anche una realtà, solo se si acquisisce una nuova dimensione culturale. Non è facile, specie per il Sud Italia dove il vero problema, prima che le infrastrutture è rappresentato dall’essere tagliata fuori dalle grandi correnti della cultura europea. Senza una ripresa del dialogo culturale è semplicemente utopistico parlare di Teatro, tuttavia, auspice le diverse compagnie teatrali cittadine, Associazioni, categorie professionali, è ancora possibile realizzare un Teatro, ove il teatro non deve essere solo luogo di spettacolo, ma luogo di vita in cui le diverse anime della città abbiano un loro punto di convergenza, in cui devono confluire anche “le città sorelle” come ebbe a dire l’illustre filosofo tranese Giovanni Bovio, facendone un polo di aggregazione culturale che sappia rilanciare il proprio territorio.

E per ricordare la passione del nostro popolo per il Teatro ci piace ricordare uno di quegli eventi che fece scalpore nella Terra di Bari, obbligando le ferrovie a sopprimere i treni ed istituire nuove corse per l’arrivo a Bari, il 7 settembre 1932, del grande tenore Beniamino Gigli. Fu un fatto epocale e persino dal lontano Salento furono istituite nuove corse ferroviarie e nuove fermate verso il capoluogo. Sicuramente un passato che difficilmente potrà tornare.

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