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Miracolo Eucaristico di Trani

Il racconto devozionale dell’ostia, la testimonianza di Bartolomeo Campi e la storia del reliquiario, da distinguere dalla verifica documentaria.

Rappresentazione Miracolo Eucaristico Trani

Il miracolo eucaristico di Trani appartiene alla tradizione devozionale cattolica. La narrazione qui riportata riflette anche il linguaggio polemico religioso del passato: non è una prova storica di colpe della comunità ebraica. I riferimenti a «oggi» e alle ostensioni vanno letti nel tempo della testimonianza, non come informazioni di visita attuali.

Il racconto devozionale

Intitolato a Maria Santissima Assunta, il duomo di Trani conserva e custodisce un miracolo eucaristico. Una donna ebrea, che abitava, intorno all'anno mille, vicino alla chiesa di San Basilio, con la complicità di una cristiana compiacente, un giorno riuscì a mescolarsi tra i fedeli in un'assemblea liturgica e recitando bene la parte della devota, si accostò alla comunione, con intenzione malvagia. Ricevuta l'ostia consacrata per le mani del celebrante, tornò al suo posto. Invece di consumare la particola, evitando ogni minimo sospetto, finì per avvolgere l'ostia in un panno o fazzoletto. Terminata la celebrazione, con fare discreto, riprese la via di casa.

L'intenzione era quella di irridere e schernire la fede dei cristiani nell'Eucaristia, attuando un ampio disegno, concepito nella mente, covato nel cuore e attuato con atto sacrilego. Giunta a casa, senza frapporre indugi, passò all'attuazione del piano satanico. Accese il fuoco, vi pose su una padella con olio e quando l'olio cominciò a friggere, vi immerse la santa ostia. A contatto con l'olio bollente, la particola divenne miracolosamente carne sanguinolenta e l'emorragia di sangue, chiamiamola così, non si arrestò immediatamente anzi sparse tanto sangue fuor dalla padella che correva e allagava per tutto quella maledetta ed esecranda casa, come ha lasciato scritto Fra Bartolomeo Campi nel Suo libro intitolato "L'innamorato di Gesù Cristo" nel 1625.

Dinanzi a tale imprevista reazione e a tale folgorante mutazione, l'incredula donna ebrea, presa da tremore e terrore, in un primo momento cercò di occultare il misfatto. Ma poi constatata l'impossibilità di disfarsi del corpo del reato, vinta dal rimorso, si sciolse in lacrime amare e fece risuonare per l'aria alte grida di dolore. Dalle vie adiacenti fu un accorrere di gente curiosa e sgomenta. Alla vista dell'accaduto, tutti rimasero trasecolati e la notizia del prodigio, in un baleno, fece il giro della città. Intanto, dopo le grida della donna, disperata; dopo la costernazione della gente accorsa, qualcuno giustamente si precipitò ad informare il Vescovo. Il Pastore sgomento per l'orrendo sacrilegio, si portò tosto sul posto, sì prostrò in un gesto d'adorazione e d'implorazione, indisse una processione penitenziale di riparazione.

I resti dell'ostia furono devotamente raccolti e portati in Cattedrale processionalmente, tra due ali di folla, che andavano ingrossando strada facendo, come arteria di fiume che scende verso la foce. Fra Bartolomeo Campi testimonia che quella santa particola venne custodita con ogni riverenza e devozione in Cattedrale ove è anche oggi ed ogni anno, il giorno delle Palme si mostra al popolo. Nel 1706 la casa della sventurata ebrea fu trasformata in cappella col titolo del Santissimo Salvatore. La reliquia santa, tolta dall'insieme delle altre reliquie, fu messa dentro ad un antico reliquiario, dono del tranese Fabrizio de Cunio nel 1616. È un reliquiario d'argento che ha la forma di una casetta, con quattro colonnine sormontate da una cupoletta. Al centro del reliquiario vi è un tubicino di cristallo, dentro il quale, in un batuffolo di bambagia (ovatta) si trovano due pezzi ineguali di ostia "fritta", di colore bruno nerastro nella parte superiore e di colore bruno rossastro lucente in quella inferiore. Su questa santa reliquia furono fatti molti controlli e molte verifiche in diverse epoche e tutte furono concordi nell'ammettere il "terribile" miracolo eucaristico.

Il reliquiario e le date tramandate

Il dono di Fabrizio de Cunio è datato qui al 1616; un’altra ricostruzione, che scrive de Cuneo, indica il 1611 e lo collega all’ostensione delle reliquie dopo il ritrovamento delle ossa di san Nicola Pellegrino. Le due date non sono intercambiabili e richiedono verifica sul manufatto e sui documenti.

La medesima ricostruzione descrive una precedente cappella del Santissimo Salvatore, poi trascurata e sconsacrata, le cui suppellettili, quadro e campana sarebbero passati ai Francescani Conventuali. Riferisce il 1706 al processo canonico promosso dall’arcivescovo Pietro de Torres, su impulso della devozione di Ottaviano Campitelli, per riconoscere il luogo tradizionale dell’episodio: un passaggio più articolato della semplice trasformazione in cappella ricordata sopra.

Fede, testimonianza e verifica

Il racconto cita fra Bartolomeo Campi, L’innamorato di Gesù Cristo, 1625. I controlli e le verifiche evocati nel brano non sono accompagnati qui da verbali o risultati analitici: non possono essere presentati come dimostrazioni scientifiche del prodigio. Il loro significato, nella narrazione, è quello del riconoscimento devozionale.

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