Storia e documenti · Puglia e Basilicata: città d’arte e mete
Castello di Gravina in Puglia
Le rovine sulla collina conservano la pianta della residenza federiciana, fra ricostruzione degli ambienti, memoria amministrativa e racconti popolari gravinesi.
Del castello federiciano di Gravina in Puglia restano soprattutto le murature perimetrali, su una collina a circa 450 metri di quota. La visita richiede quindi uno sguardo diverso da quello riservato a una fortezza integra: il paesaggio e le tracce murarie aiutano a immaginare un edificio la cui organizzazione interna non è più interamente percepibile.
Una residenza costruita per l’imperatore
Il castello è annoverato fra le costruzioni nuove dell’età di Federico II, a differenza dei numerosi complessi normanni che lo Svevo ampliò o ristrutturò. Per questo viene accostato a Castel del Monte, al palazzo imperiale di Lucera e alla domus di Foggia. Il confronto riguarda la committenza e la nuova edificazione: non implica che le strutture oggi visibili in tutte queste località siano integralmente duecentesche.
La pianta di Gravina è rettangolare, di circa sessanta metri per trenta. La ricostruzione dell’edificio distingue due livelli: quello superiore riservato alla rappresentanza e alla corte, quello inferiore a servizi, depositi e scuderie. Le differenze fra le aperture, più ampie al piano alto e più contenute in basso, aiutano a leggere questa gerarchia degli spazi, senza consentire di assegnare automaticamente una funzione precisa a ogni vano scomparso.
L’attribuzione del progetto a Fuccio e il legame con l’attività venatoria sono ricordati nella storia del monumento. La residenza va comunque collocata nella più ampia rete castellare sveva, in cui governo del territorio, soggiorno della corte e gestione delle risorse potevano convivere.
La Curia e la memoria popolare
La ricostruzione storica locale collega il castello anche alle riunioni della Curia generale, durante le quali i giustizieri provinciali avrebbero riferito sul proprio operato, con appuntamenti in maggio e novembre. Questa scansione tramandata non basta, da sola, a dimostrare che fosse l’unica o la principale funzione dell’edificio, né che ogni riunione si sia tenuta negli stessi ambienti.
Il ricordo dell’autorità federiciana affiora anche nell’espressione dialettale:
vè r’curr a F’drech
L’invito a «ricorrere a Federico», riportato per liquidare piccoli contrasti privati, appartiene alla memoria linguistica della comunità: è una testimonianza della fortuna del personaggio, non la trascrizione di una procedura giudiziaria medievale. Analoga attenzione merita il nome Cavallerizza, legato al ricordo dell’allevamento dei cavalli e sopravvissuto nella toponomastica locale.
Rovine, spoliazioni e leggenda del passaggio segreto
Abbandono e asportazione di materiali e ornamenti contribuirono al degrado. Il terremoto del 1456 viene richiamato come possibile ulteriore causa di danni, ma il suo peso specifico nella distruzione del castello va distinto dalla certezza dell’evento sismico.
La galleria che avrebbe collegato il castello al palazzo ducale degli Orsini appartiene invece alla leggenda: non è un percorso da cercare o da considerare accessibile. Per osservare le rovine occorre attenersi alle indicazioni locali, senza entrare in aree interdette o salire sulle murature. Completare il percorso nella città di Gravina permette di confrontare la residenza isolata sulla collina con cattedrale, abitato e paesaggio rupestre.
Testo originario del professor Giovanni Pacella, Associazione Benedetto XIII.