Profilo biografico · Ottocento e Novecento
Isabella Terrafino: la biografia e le testimonianze del 18 settembre 1943
L’intervento all’Arcivescovado, le voci dei testimoni e la memoria dei figli ricostruiscono il contributo di Isabella alla salvezza degli ostaggi.
Isabella Terrafino in Quatera nacque a Trani il 2 gennaio 1910 e morì il 2 ottobre 1972. Il suo nome è legato alla salvezza degli ostaggi del 18 settembre 1943: quella mattina suo marito Giovanni Quatera fu tra gli uomini rastrellati dai tedeschi, dopo l’uccisione di cinque militari lungo via Barletta.
Isabella contribuì a sollecitare l’intervento dell’arcivescovo Francesco Petronelli: un’iniziativa personale che entrò nella vicenda collettiva della liberazione dei 54 ostaggi.
Dalla piazza alla casa vescovile
Negli appunti di Giuseppe Pappolla, responsabile dell’amministrazione cittadina, il tentativo di coinvolgere l’arcivescovo nasce mentre mogli e figli dei catturati affollano la piazza. Pappolla ricorda di essersi rivolto a Terrafino, invitandola a chiedere aiuto:
Signora, anzicchè perdervi in lacrime presso vostro marito, correte dall’Arcivescovo e invocate il suo intervento!
Il racconto dello storico Raffaello Piracci insiste sulla scelta di lasciare il marito in pericolo per cercare una possibilità di salvezza. Isabella percorse la strada fra piazza Vittorio Emanuele, poi piazza della Repubblica, e l’Arcivescovado in via Beltrani, allontanandosi dal coniuge senza sapere quale sarebbe stato l’esito della richiesta. L’angoscia e la speranza di quel tragitto appartengono alla ricostruzione partecipe dello storico: non sono un discorso pronunciato o scritto da Isabella.
La testimonianza di monsignor Altobello ricorda una giovane donna che, fra i singhiozzi, chiedeva al vicario Raffaele Perrone di parlare al comandante tedesco. Perrone avvertì Petronelli e i due uscirono per raggiungere la piazza. Di Pinto collega questa presenza femminile all’azione di Terrafino: le testimonianze mettono in luce un passaggio concreto della mediazione, dalla richiesta dei familiari alla risposta delle autorità religiose.
Una salvezza costruita da più persone
Isabella cercava di salvare Giovanni, ma il suo gesto contribuì a una richiesta di grazia per tutti i catturati. Va letto accanto all’opera di Francesco Petronelli, Perrone, Pappolla e Antonio Bassi, che poteva parlare tedesco. La liberazione dipese infine dalle decisioni del reparto germanico.
Riconoscere il contributo di Isabella non significa attribuirle da sola l’esito della giornata: significa restituire spazio anche alle famiglie e alle donne che agirono durante il rastrellamento. Non furono soltanto spettatrici: portarono richieste, cercarono interlocutori e contribuirono a mobilitare chi poteva intervenire.
I catturati furono 54, pur a fronte di un ordine per cinquanta ostaggi. Il nome di Giovanni Quatera compare nell’elenco nominativo degli ostaggi: la sua presenza lega il racconto pubblico a una famiglia precisa.
La memoria familiare e la richiesta di riconoscimento
Sul periodico Il Tranesiere, Piracci accostò Isabella alle tranesi Giustina Rocca, Maria Festa e Felicia Negretti, donne il cui ricordo aveva trovato posto nella storia cittadina. I figli Giacomo e Domenico scrissero al sindaco per chiedere che una strada fosse intitolata alla madre.
Nella loro lettera riferivano che, dopo quei traumi, Isabella si era ammalata di cuore e aveva vissuto gravemente sofferente, in silenzio, fino a 62 anni. Il nesso fra l’evento e la malattia è una testimonianza dei figli, non una diagnosi storicamente accertata.
La proposta di intitolazione di una strada o di una piazza, ripresa negli anni anche in riferimento al sindaco Giancarlo Tamborrino, documenta il desiderio di dare visibilità al suo contributo. La notizia dell’interessamento del sindaco appartiene alla successiva vicenda commemorativa: non equivale, da sola, alla documentazione di un’intitolazione compiuta. Le date della sua vita e l’azione del 1943 restano il centro di una memoria che unisce storia cittadina ed esperienza familiare.