Storia e documenti · Trani e il mare
La vita a bordo della paranza
Spazi ridotti, turni di lavoro, provviste e solidarietà nella vita quotidiana degli equipaggi tranesi.
Spazi e lavoro a bordo
La vita a bordo delle paranze era estremamente spartana, e il lavoro a bordo era molto rischioso e non erano pochi i marinai che finivano spazzati via dalle onde o cadevano dal pennone, in specie per quanto riguardava i mozzi, che estremamente abili ed agili, molte volte precipitavano, con effetto letale, dalle antenne cui si arrampicavano per le manovre della vela.
L'equipaggio, composto da dieci, dodici persone viveva nello scafo con pochi indumenti in uno spazio ristretto. Normalmente il capo-paranza era anche il padrone della barca.
Al centro, fra il banco poppiero ed il successivo verso di prora, protetti da tele cerate, venivano poste le reti accuratamente preparate prima di salpare per la campagna di pesca. L'albero e le vele erano riassettate ed assicurate a murata sui banchi, mentre i remi di riserva venivano allocati a murata sotto i banchi.
Il dormitorio si approntava la sera sugli stramazzi distesi sul fondo dello scafo, mentre la cambusa e gli attrezzi da cucina erano allogati sotto il carabottino di poppa.
Le provviste e l’attrezzatura
L'alimentazione era basata essenzialmente in una razione di legumi, il biscotto del marinaio, pane cotto due volte, per assicurarne la conservazione, pesce secco o fresco, vino, olio e tabacco. A bordo doveva trovare posto anche la riserva dell'acqua che andava utilizzata con discrezione ed una riserva di aceto che veniva utilizzato come disinfettante.
A bordo trovavano posto la grande ancora, vari tipi di cime, due ancorotti, qualche fiocina, coltelli e sovente degli archibugi e rivoltelle per difendersi dagli abbordi dei pirati piuttosto frequenti lungo le coste del Mediterraneo.
Imparare il mestiere
Diventare marinai non era facile, a dieci, quindici anni ci si poteva imbarcare come mozzo, avendo già un'esperienza maturata su barche più piccole ed il loro principale compito era quello di tenere la barca pulita, rassettare le reti, prestare aiuto nella cucina, in cambio il mozzo se voleva diventare un marinaio doveva ascoltare e vedere, memorizzando le manovre, la rotta, l'uso delle reti, la manovra delle vele. La vita a bordo era molto dura, e la condivisione dei rischi e delle fatiche rendeva unito e solidale l'intero equipaggio.
La tutela del marinaio negli Ordinamenta
La raccolta richiama così una norma degli Ordinamenta et consuetudo maris. È una prescrizione storica, da leggere nel contesto del rapporto fra padrone e marinaio:
Nessun padrone può battere alcun marinaio, ma il marinaio deve mettersi in salvo o andare a prua dinanzi alla catena di remeggio e deve dire tre volte: dalla parte della mia signoria, non mi toccare. Se il padrone passa la catena per batterlo, il marinaio si deve difendere: se il marinaio uccide il padrone non è soggetto al bando.
I rischi del mare in una polizza del 1818
Per poter valutarequale erano i rischi cui si assoggettavano gli equipaggi basta far riferimento ad una Polizza di Sicurtà Marittima stipulata in Napoli il 21 aprile 1818 intesa ad assicurare un carico di grano in partenza dal porto di Barletta per Napoli ad opera di un brigantino di Procida.
Gli eventi coperti per la merce trasportata inerivano i rischi di tempesta, naufragio, arenamento, urto fortuito, cangiamenti forzati di rotta, di viaggio, fuoco, preda, saccheggio, arresto per ordine di Potenze, dichiarazione di guerra, rappresaglie, ed in generale da tutte le altre fortune di mare.
Il documento termina con la formula di rito "Iddio l'accompagna", e questa formula accompagnava l'equipaggio tutto.