Storia e documenti · Trani e il mare

La paranza tranese: barche, uomini e mestieri

La storia di un’imbarcazione e della comunità che la faceva vivere, dai maestri d’ascia alle campagne di pesca.

Dipinto con due imbarcazioni a vela, una con vela gialla e una con vela bianca recanti immagini sacre, davanti al profilo della città con il campanile della Cattedrale

La paranza è insieme una barca, un modo di pescare e una forma di collaborazione. Per Trani significa campagne di pesca lontano da casa, cantieri sul porto, attrezzature costruite a mano e famiglie legate dal lavoro in mare. Da questa pagina si può seguire l’intero percorso: ogni approfondimento raccoglie il testo dedicato al proprio argomento, senza ripeterlo altrove.

Un nome, diversi significati

Tipica imbarcazione del basso Adriatico veniva utilizzata prevalentemente per la pesca, il cabotaggio, o la sorveglianza delle coste. La sua origine è molto remota ed il termine paranza lo troviamo già presente nel 1272 a proposito della domus dei Templari di Barletta che utilizzava le paranze “San Nicola” di ser Benvenuto e ser Martino de Dragundo, “San Albano di ser Mani e Omibani, “S. Cristoforo” di Andrea de Jadeva, e “San Nicola da Bari” di Nicola Stramatia, per la spedizione di merci e derrate alimentari verso la Terra Santa.

In quell’epoca ed anche prima, tanto che nel 1196, il re di Cipro concede ai naviganti tranesi il libero commercio nel suo regno, troviamo le paranze impegnate nel trasporto di frumento, orzo e fave, anche verso San Giovanni d’Acri e Cipro.

Dalla pesca al significato collettivo

La paranza oltre a svolgere funzioni di trasporto in mare largo, veniva utilizzata anche per la pesca, da cui, deriva il suo stesso nome. Infatti la pesca alla “paro” veniva effettuata tramite un’apposita rete detta “paranza” trainata da due navicelle, che con l’andare del tempo avevano assunto il nome di “paranza”.

In senso figurato, nel Cinquecento il termine “paranza” veniva utilizzato per indicare una porzione di territorio compreso tra due o più torri costiere. Infatti, fu Ferdinando I, figlio illegittimo di Alfonso D’Aragona, succeduto al padre sul trono di Napoli, che, con Ordinanza del 12 novembre 1480, dispose la fortificazione delle coste del regno subito dopo i fatti di Otranto, con la costruzione di torri costiere. I paesi compresi nelle “paranze” dovevano pagare una tassa per la guardia delle torri, in cui abitava una vedetta chiamata “avallaio” che aveva l’incarico di suonare la campana di allarme non appena si fosse accorto dell’arrivo dei Turchi. Se l’attacco avveniva di notte, il pericolo veniva preavvisato per mezzo di fuochi.

Nell’Ottocento il termine paranza lo troviamo ancora, in senso traslato, non più in funzione del naviglio in termini di utilizzo o di funzione, ma con riferimento al gruppo di marinai imbarcati. Per cui il termine “paranza”, in senso figurato viene indicato in riferimento ad un gruppo di persone ben amalgamate, destinate allo svolgimento di un preciso compito.

A Nola la “paranza” era la squadra di fedeli che provvedeva al trasporto a spalle della statua della Patrona, mentre a Molfetta stava ad indicare un gruppo di camorristi affiliati tra loro. Anche in agricoltura si usava il termine “paranza” per indicare la squadra di “zappatori” addetta al dissodamento dei terreni.

Il termine “paranza” viene ancora utilizzato in funzione del pescato, dando luogo a gustose ricette di “frittura di paranza”, “ciambotto di paranza”, “arrosto di paranza” per indicare un pesce prevalentemente povero, ma estremamente gustoso e profumato.

Trani nel contesto adriatico

Grazie al commercio marittimo Trani fu davvero ricca e potente al tempo dei greci e dei normanni e le sue consuetudini del mare raccolte negli Ordinamenta Maris costituirono il diritto marittimo non solo della Puglia, ma anche dell’intero Adriatico, come attestano le ripetute edizioni di Venezia del XVI secolo, e gli Antichi Statuti di Fermo, di cui gli Ordinamenta Maris ne costituivano parte integrante.

La barca e il porto

L’approfondimento sulla paranza di Trani accosta due aspetti diversi: l’ufficio portuale che controllava merci e dazi e la descrizione della Maria di Costantinopoli osservata dal capitano Hennique. Misure, timone, vela e decorazioni permettono di immaginare la barca senza confondere le dimensioni di un singolo esemplare con quelle di tutte le paranze.

La paranza di Trani e l’ufficio portuale

Costruire, navigare e vivere insieme

Leggere una cultura del mare

La raccolta descrive pratiche di epoche differenti. Le spiegazioni popolari del tempo, i rimedi di emergenza e i materiali usati nei cantieri documentano una cultura del lavoro: non costituiscono indicazioni attuali per navigare, pescare o costruire un’imbarcazione. Nei documenti notarili si conservano invece formule e grafie della trascrizione, distinguendole dal commento moderno.

Dentro l’argomento

Approfondimenti

7 pagine
  1. 1 Il maestro d'asciaLa costruzione della paranza, dalla scelta dei legnami al calafataggio, nel sapere dei cantieri tranesi.
  2. 2 L'arte del navigare e i mezzi di salvataggioStelle, venti, devozioni e antichi rimedi: il patrimonio di esperienza dei marinai, distinto dalla sicurezza in mare di…
  3. 3 Il contratto di paranzaL’accordo del 29 maggio 1791 fra Basso e Sciascia: due barche, utili, spese e rischi condivisi.
  4. 4 La paranza di Trani e l’ufficio portualeDai controlli sulle merci alla Maria di Costantinopoli descritta da Hennique: istituzioni e barche del porto.
  5. 5 La pesca al paroLa rete trainata da due barche, le manovre coordinate e la ripartizione del pescato nella marineria storica.
  6. 6 La vita a bordo della paranzaSpazi ridotti, turni di lavoro, provviste e solidarietà nella vita quotidiana degli equipaggi tranesi.
  7. 7 Storia della paranzaDalle imbarcazioni medievali alle squadre di lavoro e alla cucina, una parola adriatica conserva significati diversi da…

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